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Memoria autobiografica in adolescenza e testimonianza| Parte Seconda

La distorsione del ricordo

Il contesto relazionale che il bambino vive e le condizioni o le modalità in cui viene ascoltato durante un procedimento giudiziario, condizionano la qualità e l’attendibilità della narrazione dell’evento in causa. Risultano dunque dominanti le variabili esperite nell’atto della testimonianza rispetto a quelle che hanno caratterizzato l’evento su cui si indaga (Mazzoni, 2000; Dettore, Fuligni, 1999; De Leo, Biscione 2001). Poche sono le ricerche che mettono in evidenza, ad oggi,  le differenze che intercorrono tra le influenze che incidono sulla narrazione  in caso di abuso o sospetto abuso, derivanti da lacerazione, conflitto  e dalla separazione dalla famiglia in rapporto a quelle derivanti da ciò che la  testimonianza stessa potrebbe causare (Bruck, Ceci, 1995; Caffo, Camerini, Florit, 2002). In Italia, la competenza di attendibilità della testimonianza del minore viene valutata attraverso l’utilizzo di quesiti durante la fase processuale e non durante la fase preliminare come per esempio negli Stati Uniti. L’attendibilità della testimonianza ingloba l’accuratezza e la credibilità della narrazione dell’evento.

Numerose risultano, invece, le ricerche che sono andate ad indagare la capacità del minore di rendere testimonianza (Dettore, Fuligni, 1999; Mazzoni, 2000; Eisen e coll. 2002), da cui derivano conferme unanimi sulla minor ritenzione in memoria dell’evento rispetto all’adulto,  specialmente quando entrano in gioco  forti componenti emotive come, per esempio, quelle derivanti da reati sessuali ma, in ugual maniera, inferiore è la possibilità del minore di commettere errori di tipo intrusivo. Il rischio delle influenze esterne sul ricordo riprodotto vengono comunque limitate dalla tecnica che viene utilizzata in fase di interrogatorio.

Recuperare l’informazione

Il recupero di un’informazione viene influenzato da diversi fattori, cognitivi e sociali, che potrebbero inficiarne l’accuratezza (Ceci, Bruck, 1995). L’evento ricordato viene ricostruito e non riprodotto nella sua integrità (Batterman-Faunce, Goodman, 1993), inoltre i bambini, in particolare, presentano delle difficoltà legate al tradurre in parole le loro percezioni, al riconoscere la fonte di derivazione del loro ricordo, non riescono a distinguere, cioè, se l’evento che ricostruiscono derivi da un’esperienza realmente vissuta o da un racconto riportato loro (Mazzoni, 2000), nonché nella codifica delle informazioni stesse.

La capacità di richiamo di un’informazione, ossia la modalità in cui liberamente le informazioni giungono alla memoria, è strettamente legata all’età del bambino; si presenta similmente sviluppata alla capacità dell’adulto solo quando il bambino si trova in età scolare. Inoltre, presentano la tendenza a ricordare informazioni che anche se non realmente accadute risultano coerenti con quanto detto loro, in tal caso di parlerà di richiamo rielaborato, evento di natura problematica soprattutto in contesto giudiziario (Mazzoni, 2000, Eisen e coll., 2002), tutto ciò evidenzia come sia facile il verificarsi di distorsioni o l’induzione ad un ricordo mai verificatosi.

La tendenza all’essere suggestionati, nei bambini, sarebbe connessa con la loro minor capacità di ritenzione di informazioni (Brainerd, Reyna, Howe e Kingma, 1990), secondo tale assunto di base, i bambini, tenderebbero ad integrare un ricordo con informazioni false quando, di questo ricordo ne hanno immagazzinato solo pochi elementi, tendono quindi a colmare le lacune con materiale non pertinente. Altre ricerche hanno evidenziato come, la partecipazione attiva, da parte del bambino, all’evento, ne renda il ricordo più accurato e completo dei suoi elementi formativi (Murachver et al., 1996), l’esperire un evento attraverso più modalità percettive eleva la motivazione e l’intensità emotiva favorendo dunque, il processo di acquisizione e la ritenzione delle informazioni (Johnson, 1983; Ratner e Foley, 1994).

 

Sviluppo e miglioramento di tecniche di indagine su minori

Dato il carattere sensibile di questi interrogatori, in Italia, cosi come negli Stati Uniti, Australia ed Inghilterra, si è provveduto all’attuazione di una formula di audizione protetta del minore, inserita durante l’incidente probatorio. Dato l’elevato grado di suggestionabilità del minore, l’ascolto della testimonianza viene video-registrato in un luogo che presenti delle caratteristiche neutre, andando così ad abbassare le fonti di disagio e stress emotivo. La videoregistrazione della testimonianza del minore risponde ad alcuni requisiti importanti; si è evidenziato, infatti come si riducano il numero degli interrogatori di fase pre dibattimentale, si possono osservare peculiarità della comunicazione non verbale ed aumenta l’accuratezza dell’intero processo di indagine, il colloquio video-registrato può essere prodotto in tribunale eludendo dunque la necessità di coinvolgimento “in presentia” della presunta vittima nell’aula di tribunale, ultimo elemento di vantaggio, si rileva nella minor esposizione del minore ad una reiterazione del trauma.

La vicinanza di un parente, o di una persona addestrata a fornire sostegno al minore, durante tutto il colloquio, è consentita cosi come, l’affidare ad un perito esperto la conduzione del colloquio stesso. La scelta di non avvalersi di un luogo neutro per il colloquio testimoniale e di preferire l’aula del Tribunale è condotta sulla scia di preferenza di un predeterminato esito processuale più che sulla tutela verso il minore.

 

Metodologia delle interviste

In accordo con la letteratura scientifica internazionale, (Mazzoni, 2000; Eisen e coll, 2002) durante un interrogatorio è importante tener presente dell’esistenza di alcuni effetti che possono concorrere ad una maggiore o minore accuratezza o inaffidabilità della prova (es. effetto delle induzioni degli stereotipi; effetto del tono emotivo dell’intervistatore; effetto di domande ripetute ecc.), nel colloquio bisogna sempre, oltre che utilizzare dei protocolli standardizzati, dare spazio ad accorgimenti necessari al fine di garantire la massima efficacia alla testimonianza.

Tra i requisiti evidenziati possiamo elencare:

–          l’utilizzo di domande aperte

–          la non insistenza su di un aspetto se il bambino denuncia di non ricordare

–          l’utilizzo di un linguaggio adeguato all’età del minore

–          gratificare il testimone

–          non sollecitare il minore con informazioni avute da altri testimoni

–          non interrompere il minore se non ha concluso il discorso

–          non utilizzare frasi suggestive

–          utilizzare frasi con toni positivi

–          controllare il contesto della meta – comunicazione.

L’utilizzo di linee guida e di interviste investigative strutturate sono necessarie per abbassare il rischio di false denunce o di innescare processi di vittimizzazioni secondarie. In Italia si sta tendendo alla sperimentazione di ulteriori forme di tutela tanto è che, anche nella SIT (raccolta di Informazioni Testimoniali), si prevede l’utilizzo di un esperto che raccolga le evidenze del minore. E’ fondato ritenere che il primo ascolto rappresenti il nodo cruciale per decidere lo sviluppo e l’iter che deve prendere il processo stesso. Esistono tre tecniche investigative utilizzate nei contesti di indagine con minori:

L’Intervista Cognitiva per bambini (Geiselman e coll. 1984) che si basa sulla comunicazione e la memoria, favorendo primariamente un clima emotivo positivo. Vengono utilizzate domande aperte volte alla raccolta delle rappresentazioni mentali che il minore ha riguardo l’evento da indagare, per poi andare a raccogliere eventuali particolari che possono sfuggire. Due sono i processi psicologici sottesi alla procedura; il primo secondo cui, una traccia mnestica  viene recuperata con maggior probabilità se più elementi concorrono al recupero; e la seconda utilizza invece diverse tecniche di recupero cosicché, laddove una fallisse, un’altra potrebbe accedervi.

Vi sono quattro tecniche di rievocazione:

  1. Ricostruzione del contesto fisico e personale esistente al momento dell’evento ed è una strategia basata sul principio di specificità della codifica di Tulving: il recupero dell’informazione viene aumentato dal ritorno alla situazione in cui è avvenuta la codifica.
  2. Si chiede di riportare anche le informazioni parziali che potrebbero collegarsi con le narrazioni di altri testimoni.
  3. Si chiede di procedere alla narrazione seguendo ordini diversi che possono andare dalla fine all’inizio dell’evento.
  4. Si chiede all’intervistato di narrare utilizzando punti di vista differenti con lo scopo di aumentare i dettagli riportati . Le altre due tecniche investigative sono:

La Step Wise Interview, (Yuille e coll. 1987) utilizzata con i bambini che hanno meno di 8 anni e combina le tecniche conosciute di richiamo delle informazioni con le conoscenze sullo sviluppo della memoria nel bambino. Trattasi di un metodo non direttivo e non suggestivo, inizia con domande aperte e via via sempre più focalizzate sull’accaduto.

L’Intervista Strutturata che risulta essere particolarmente adatta, anche questa, a bambini al di sotto degli otto anni, si presenta come più semplice di quella cognitiva e richiede meno tempo. Si svolge attraverso la richiesta rivolta al bambino, di sviluppare, per due volte consecutive, un racconto libero dell’accaduto senza far ricorso a mnemotecniche.

Scritto in collaborazione con la Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica 

Riferimenti bibliografici

Batterman- Faunce J. M., Goodman G. S. (1993), “Effects of context on the Accuracy and Suggestibility of Child Witnesses”, in Goodman G.S., Bottoms B.L., Child Victim, Child Witness: Undertanding and Improving Testimony, Guilford Press, NY, USA.

Brainerd C. J., Reyna V. F., Howe M. L. & Kingma J. (1990), “Development of forgetting and reminiscence”, Monographs of the Society for Research in Child Development, 55 (3-4, Serial No. 222).

Bruck M., Ceci S. J. (1997), “The suggestibility of young children”, Psychological Science, 6: 75-78.

Caffo E., Camerini G.B., Florit G. (2002), Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia, McGraw-Hill, Milano.

Ceci S. e Bruck M. (1993), “Suggestionability of the child witness: A historical review and synthesis”, Psychological Bulletin, 113: 403-439.

De Leo G., Biscione M.C. (2001), “Problemi di metodo nelle consulenze tecniche per la valutazione dell’attendibilità delle testimonianze dei minori abusati”, in Difendere, valutare e giudicare il minore, Giuffrè, Milano.

Dettore D., Fuligni C. (1999), L’abuso sessuale sui minori, Mc Graw.Hill, Milano.

Eisen M.L., Quas J. A., Goodman G. S. (2002), Memory and Suggestibility in the Forensic Interview, Laurence Erlbaum Associates NY, USA.

Geiselman R.E., Fisher R.E. et al., Eyewitness memory enhancement in the cognitive interview, in American Journal of psychology, 99, 1986, pp. 386-401

Geiselman R.E., Padilla J., Interviewing child witness with the cognitive interview, in Journal of  Police Science Administration, 16, 1988, pp.236-242

Johnson M. K. (1983), A multiple-entry, modular memory system, in G.H. Bower (Ed.), The psychology of        learning and motivation: Advances in research theory (Vol. 17, pp. 81-123), New York, Academic Press.

Mazzoni G. (a cura di) (2000), La testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori, Giuffrè, Milano.

Murachver T., Pipe M.-E., Gordon R., Owens J.L. & Fivush R. (1996), “Do, show and tell: Children’s event         memories acquired through direct experience, observation, and stories”, Child Development, 67: 3029-3044.

Ratner H. H. & Foley M.A. (1994), “A unifying framework for the development of children’s activity memory”. in        H. W. Reese (Ed.) Advances in Child Development, (Vol. 25, pp. 33 – 105), San Diego, CA: Academic Press.

Yuille J.C., Farr V. (1987), “Statement validity analysis: A systematic approach to the assessment of children’s allegations of child sexual abuse”, British Columbia Psychologist, 19-27.

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adolescenza

Memoria autobiografica in adolescenza e testimonianza|Parte Prima

Cambia il pensiero da adolescenti?

L’adolescenza rappresenta un periodo di intenso cambiamento per i ragazzi/e che si affacciano al mondo. Secondo la visione di Erickson il giovane è impegnato nell’acquisizione della propria identità personale e sessuale, da contrapporre alla confusione che si può generare da uno smarrimento della traiettoria di uno sviluppo ottimale. Piaget, identifica nell’adolescenza una fase di acquisizione dello sviluppo del pensiero  formale che permette di formulare ipotesi non sorrette da oggettività. Hall identifica la fase adolescenziale come un momento di “storm and stress” in cui si vivono tempeste emozionali, prime esperienze sentimentali e si è proiettati verso nuove mete e nuove sfide. Ecco che infatti il bambino che si affaccia al mondo adulto si trova ad affrontare dei compiti di sviluppo  (Havighurst,1952)  o una successione di “sfide” (Blos, 1962).
Questi cambiamenti di orientamento cognitivo, di interessi e di comportamento si iniziano a verificare a partire dagli 11 – 12 anni ( B. Inhelder e J.Piaget , 1955) in cui si delineano:  l’apertura del pensiero sul possibile, la formulazione e l’uso di ipotesi, l’interesse verso il pensiero ed un maggior egocentrismo.

Indagine sulle trasformazioni attraverso la narrazione

Sulle linee guida di un esperimento condotto nel 1980 da J.C. Coleman, è stata proposta un’indagine rivolta ad un campione di adolescenti formato da :
  • 11  soggetti maschi di età compresa tra i 13 e i 15 anni;
  • 30 soggetti femmine di età compresa tra i 13 e i 15 anni;
  • 49 soggetti maschi di età compresa tra i 16 e i 21 anni
  • 30 soggetti femmine di età compresa tra i 15 e i 18 anni.
con l’obiettivo di indagare la modificazione e l’evoluzione da pensiero concreto ad astratto. Ai soggetti è stato proposto un compito narrativo la cui traccia è la seguente: “Si dice che durante l’adolescenza si verifica un cambiamento nel modo in cui si pensa e si riflette sulle cose. Hai mai notato qualche cosa di simile in te stesso ? Descrivi nella maniera più dettagliata possibile questi cambiamenti eventualmente facendo degli esempi”.
La narrazione rappresa uno strumento utile per la ricostruzione della propria biografia,  “ L’opera è il primo studio dei procedimenti cognitivi adottati per far affiorare alla memoria i momenti salienti della propria storia” (Demetrio, 2000: p. 216), e nell’adolescenza l’impegno si concretizza nel dare senso e significato al percorso sulla costruzione del sé, alle proprie modificazioni corporee, al rapporto con i pari, alla scelta del partner, alla relazione con i genitori e gli altri membri del nucleo familiare, alle attività scolastiche ecc..

Principali risultati

I pensieri  spontanei emersi maggiormente  dal gruppo di partecipanti sono stati :
  • affermazioni sulle proprie aumentate capacità di sperimentare  “maggiore responsabilità”, “maggiore attenzione” e anche  “maggiore riflessione sui problemi e sulle conseguenze delle proprie azioni”.
  • L’avvertire una sostanziale differenza da quando erano bambini e pensavano in modo  “più spensierato”, “più incosciente”, “senza un vero approccio con la realtà perché si sentivano più protetti”.
  • Riflessioni generali  sull’adolescenza e nel rapporto con gli amici.
I partecipanti più adulti, del gruppo preso in esame, hanno evidenziato maggiori  capacità di essere responsabili, di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di interagire con il prossimo mostrando maggiore diffidenza.
Si  evidenzia un aumento di importanza dato al contesto sociale, alla progettazione del proprio futuro, all’apparire e al bisogno di ottenere conferme, soprattutto da parte dei/ delle ragazzi/ragazze più grandi di età, mentre vengono messi in secondo piano i rapporti con l’altro sesso.
Inoltre, mentre i soggetti più grandi, del gruppo di indagine, avevano maggiori capacità di espressione, sia a livello di contenuto che di varietà di idee, rispetto al tema proposto, i ragazzi/ e più giovani (13/15 anni), presentavano una evidente limitazione di contenuti e di varietà di idee. L’ ultima evidenza sottolinea una maggior produzione letteraria delle ragazze rispetto ai ragazzi con frequenza elevata di esempi  inerenti “idee confuse”, “tristezza” e “cambiamenti di umore”.
La transizione, verso l’età adulta, determina quello che potremmo definire un vero e proprio “lutto” con annessi tutti i sentimenti di smarrimento che si possono sperimentare capendo di non appartenere più al mondo dei bambini ma dall’essere ancora lontani dal potersi considerare degli adulti. Il gruppo dei pari viene a rappresentare uno dei luoghi elitari dove potersi confrontare e costruire la propria nuova immagine. In questo turbinio di esperienze cercate e non, la famiglia rappresenta un nucleo che può offrire sostegno e comprensione.

L’importanza della narrazione

L’indagine condotta con gli adolescenti evidenzia la sua importanza nel rilevare come lo strumento linguistico sia uno degli strumenti adoperati per inserire progressive esperienze individuali in categorie comportamentali sempre più ampie ed articolate. Il linguaggio verbale fornisce lo strumento per la decodifica e la codifica di esperienze intersoggettive che divengono la base per una successiva organizzazione logico – scientifica. I successivi passaggi consentono la formazione dell’identità personale che potremmo definire memoria autobiografica. La visione prospettica e quella relazionale consentono inoltre, al bambino in evoluzione, di fissare i propri ricordi, le rilevanze del proprio mondo interno ed esterno creando una connessione, che si evolve di continuo, tra la propria identità e quella degli altri tanto da sviluppare, sempre più, l’identità sociale. La narrazione, dunque, assumerà aspetti diversi a seconda della tappa di sviluppo del soggetto. La progressione della capacità cognitiva permette l’utilizzo dell’astrazione e dona il “senso” alle interpretazioni della realtà vissuta.
Il ripercorrere “narrativamente” la propria quotidianità , raccontando e rievocando gli avvenimenti, adoperando  il   il “chi”, il “cosa”, il “come”, il “dove”, il “quando” e il “perchè” delinea la propria storia. Sono diversi gli studi che hanno evidenziato come  l’abitudine alla narrazione  produce nel bambino un aumento delle  capacità di ricordo degli eventi vissuti. La memoria autobiografica, dunque,  può essere definita come una costruzione mediata e differenziata: uno stesso evento può essere interpretato come “piacevole” o “spiacevole”, ogni evento, dunque, verrà “personalizzato” da centrazioni cognitive complementari, opposte e dicotomiche, alternative, ecc..  questa “capacità” sembra già essere attiva intorno ai 4 mesi di vita come dimostrato da studi di laboratorio (es. Rovee-Collier e Hayne, 1987) ma nonostante tali evidenze risulta tutt’oggi difficile riuscire a discriminare  ricordi di esperienze precoci vissuti da script di sequenze di azioni standard, ovvero quando un ricordo è prodotto dalla memoria generale da quello di fatti realmente accaduti  (memoria episodica specifica).
Scritto con la collaborazione di Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica.
Riferimenti bibliografici
Blos P. (1962), L’adolescenza in una prospettiva psicoanalitica, Milano, Angeli.
 Demetrio D. (1996), Raccontarsi. L’autobiografia come curadi sè, Cortina, Milano.
Hall, G.S. (1904), Adolescence, Its Psychology and Its Relations to Physiology, Anthropology, Sociology, Sex, Crime, Religion and Education, Appleton & Co.,London.
Havighurst R.J. (1952), Developmental tasks and education, Davis McKay, New York.
Inhelder, B., Piaget, J., (1955), Dalla logica del fanciullo alla logica dell’adolescente
Rovee-Collier C. e Haine H. (1987), “Reactivation of infant memory: Implications for cognitive development”, in H.W. Reese (a cura di) Advances in child development and behavior (20: 185 – 283), Academic Press, New York.

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conference

Restorative justice & restorative conference

Giustizia riparativa e tipologie di reati

Le ricerche hanno evidenziato come la giustizia riparativa sia più efficace se applicata a reati di maggiore gravità. Il professore Tim Champan durante il seminario “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha portato una testimonianza che riguarda il suo paese. In Irlanda del Nord tutti i casi possono essere trattati con la giustizia ripartiva tranne gli omicidi e i reati legati al terrorismo, i tassi di recidiva sono molto più bassi per i reati più gravi rispetto a quelli meno gravi.

Un tema che richiede estrema sensibilità e competenza per potere essere gestito è quello dei reati sessuali, nello specifico dell’uomo sulla donna. Il mondo femminista risulta essere molto critico verso l’utilizzo della giustizia ripartiva poiché, essendo questi reati innescati dal bisogno dell’uomo di avere potere e controllo sulla donna, alcuni ritengono che le donne in un incontro equo e paritario, si troverebbero ad essere ulteriormente danneggiate, vittimizzate e sottoposte a controllo. Questo è un tema molto attuale e che richiede ulteriori studi dal momento che, con strumenti tradizionali, non si ottengono i risultati sperati.

 

La giustizia riparativa in Irlanda

L’Irlanda è un paese in cui la giustizia riparativa è nata da un bisogno generato dai continui conflitti presenti e dal voler trovare soluzioni alternative al circolo vizioso del crimine. Nelle comunità operaie locali sono nati molti progetti basati sulla giustizia riparativa e molti di questi sono portati avanti da persone della comunità che in passato hanno vissuto l’esperienza del carcere e che ora credono fermamente nel processo riparativo. I metodi di questo processo vengono introdotti anche nelle scuole per produrre un cambiamento, dalla cultura della punizione al rispetto e alla reciprocità.  Evidenze scientifiche denunciano come questo spostamento del focus dalla punizione al rispetto, abbia ridotto situazioni di conflitto, esplosioni di rabbia e bullismo ed aumentato il livello di performance scolastica e il rendimento. Tutto il personale che lavora nelle case famiglia Irlandesi si rapporta con i bambini affidati in modalità riparativa ed inoltre, i bambini seguono un processo di restorative conference che permette loro di rapportarsi al conflitto in modo diverso da quello che conoscono.

Nell’Irlanda del Nord il Processo di Giustizia Ripartiva è già introdotto all’interno del contesto sociale, tanto che è obbligatorio offrire a tutti ragazzi che commettono un reato e di cui si assumono la responsabilità, un processo di restorative conference. Questo significa che il minore non entra nel circuito penale e ha al contempo che ha la possibilità di assumersi la responsabilità delle azioni commesse. Solo i reati più gravi vengono segnalati contemporaneamente per la restorative conference e al Tribunale.

 

Nel circuito penale

All’interno delle carceri vengono applicati i processi di giustizia ripartiva quando il reato è commesso all’interno della struttura o quando la vittima decide di incontrare l’autore del reato. In Irlanda del Nord, negli ultimi quindici anni, da quando è entrata in vigore questa legge sono state svolte 22.000 restorative conference che hanno coinvolto il ragazzo che ha commesso il reato con la propria famiglia, la vittima con la propria famiglia, amici, sostenitori, rappresentanti della comunità e tutti i professionisti che sono stati rilevanti durante il percorso.

Da questi dati si può dedurre che almeno 1 persona su 20 sia stata coinvolta in un percorso di giustizia riparativa. L’Irlanda del Nord era una società con un sistema punitivo estremamente severo, le carceri ed i ragazzi reclusi erano centinaia. Oggi i minori reclusi sono 5/6 al massimo e il livello di carcerazione è più basso di quanto non avvenga in Scozia o in Inghilterra.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, psicologo clinico

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giustizia

Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile

Il 22/06/2019 alle 10:00 – 17:00 ha avuto luogo l’incontro “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso Ordine degli Psicologi del Lazio.

Relatori Patrizia Patrizi & Tim Chapman 

Il professore Tim Chapman, studioso di fama internazionale, direttore del Master in Restorative Practices dell’Università  di Ulster (Irlanda del Nord) e presidente dell’ European Forum for Restorative Justice, discute delle implicazioni pratiche della giustizia riparativa, portando alla luce considerazioni sull’importanza della collaborazione e del superamento dei confini e dei pregiudizi, per svolgere un lavoro che veda la giustizia partecipe e presente nel processo di cambiamento.

Quale giustizia?

Come è noto, le procedure della giustizia tradizionale tendono ad espropriare le parti in conflitto dei loro stessi vissuti e conflitti, poiché questi vengono gestiti dal Giudice designato e/o dall’avvocato delegato. L’espropriazione di questi vissuti, anche se traumatici, porta i protagonisti della vicenda  ad una mancata elaborazione di quanto accaduto. Nel contesto della giustizia riparativa risulta utile l’introduzione della figura del facilitatore, figura che si pone in sostituzione del mediatore. Sappiamo che la mediazione è una  specifica tecnica mentre la facilitazione si pone alla base del processo di giustizia, in questo caso definita riparativa, nel restituire alle persone i loro conflitti  e nel poterli rielaborare.

Il Prof. Tim Chapman ha lavorato per lungo tempo nel sistema della giustizia criminale ponendosi come obiettivo la riabilitazione delle persone che, commettendo reati, non hanno mai avuto assunto la prospettiva delle loro vittime. Conoscendo il processo della giustizia ripartiva egli ha potuto prendere consapevolezza di un’altra modalità di intervento, andando così a colmare il vuoto presente nella sua pratica tanto da investire i vent’anni successivi nella ricerca e nell’insegnamento della pratica della giustizia riparativa.

Giustizia Riparativa

La giustizia riparativa è un approccio inclusivo, pronto a fronteggiare il danno o il rischio di danno, coinvolgendo tutto e tutti coloro che ne sono toccati, per raggiungere un’intesa comune ed un accordo su come il danno o il torto può essere riparato. Esistono due aspetti essenziali del processo della giustizia riparativa. Il primo è la partecipazione delle persone, vittime o autori di reato, all’intero dell’iter processuale. Il secondo punto è la non focalizzazione sul soggetto che ha commesso un reato o infranto una legge ma, sul danno generato. Il fine è il raggiungimento di un accordo su ciò che può essere fatto per cercare di ricostruire le relazioni che sono state spezzate.

La riparazione del danno non è vista nell’ottica di un processo terapeutico ma di un processo legale. L’idea chiave è quella di dare alle persone un vissuto di giustizia. I processi riparativi possono avere forme diverse e, mentre in Irlanda del Nord, i più comuni sono le conference, in Europa sono le mediazioni di reato, molto utilizzate anche nei percorsi all’interno dei nuclei familiari.

Il processo della giustizia riparativa

La comunicazione all’interno del processo di giustizia riparativa segue dei principi che tendono al rafforzamento delle relazioni ed al rispetto reciproco e questi principi possono trovare applicazione con le persone singole, con le famiglie, con le organizzazioni, negli istituti penali, nelle scuole, ovunque vi sia uno scambio relazionale. È importante sottolineare come i processi riparativi siano guidati da solidi valori e come la giustizia ripartiva lavori su questi valori estrapolandone i concetti basati sul rispetto per la dignità umana.

Il secondo valore preso in esame è la solidarietà ovvero, la responsabilità che come cittadini si ha l’uno verso l’altro. La giustizia ripartiva non è solo un approccio individuale ma si basa sulle relazioni e su come queste possano essere rafforzate. La responsabilità che deve assumersi chi ha generato il danno ha una valenza estremamente importante all’interno del processo di giustizia riparativa ed è attraverso i concetti di responsabilità, solidarietà, coesione sociale e verità, che si arriva a quello di giustizia. I concetti esplicitati e la giustizia ottenuta si esprimono attraverso il dialogo tra le persone coinvolte, dialogo teso alla riparazione.

In genere coloro che, avendo commesso un reato o avendo ricevuto un danno, si avvalgono dello strumento della giustizia riparativa, sperimentano meno timore verso l’esperienza negativa così da veder ridotti i sintomi da disturbo post traumatico da stress, gli agiti di rabbia, il bisogno di vendetta così come, risultano essere più sincere le manifestazioni di rimorso e di dispiacere per le azioni commesse. La cosa più importante è il vissuto di soddisfazione nel poter esprimere i propri bisogni, ad esempio il rimorso per l’azione commessa a cui si concatena la percezione di non essere giudicati solo come delle cattive persone. Le ricerche svolte in Europa del Nord evidenziano come il 95% delle promesse di riparazione che l’autore di reato pronuncia nei confronti della vittima vengono mantenute, ciò implica anche una riduzione del tasso di recidiva. La soddisfazione viene espressa anche attraverso la percezione che il percorso intrapreso venga, passo dopo passo, deciso da entrambe le parti in gioco. Il danno viene evidenziato e riparato e questo è ciò che si intende per giustizia riparativa.

 

Responsabilizzazione e narrazione personale

Chi commette un reato viene condannato e passa parte della sua vita in prigione, dove cessa di assumersi la responsabilità di se stesso e dell’altro, passando la maggior parte del tempo con altri autori di reato e discutendo sui valori connessi al crimine, le relazioni con la famiglia e con la realtà sociale esterna vengono interrotti. Tutto ciò comporta l’elevata possibilità che queste persone sviluppino una narrativa di loro stessi come criminali piuttosto che come cittadini. La giustizia riparativa tende invece ad aumentare e rafforzare la socialità umana.

Le persone interrompono il ciclo del crimine quando hanno delle relazioni sociali per loro importanti e la giustizia ripartiva lavora sul rafforzamento delle relazioni. L’altro aspetto che incide sulla riduzione del crimine è il modificare la percezione che si ha di se stessi e del modo in cui ci si narra e si narra la propria vita. La giustizia ripartiva permette una rivalutazione dei propri vissuti e il cambiamento dell’etichetta “deviante” che tiene la persona che ha commesso il danno ancorata alla vecchia percezione di sé. Il processo della giustizia riparativa ha dunque come fondamento lo sviluppo della capacità di dare e chiedere rispetto. Secondo il filosofo Alessandro Ferrara, mentre in termini di sistema criminale si valuta se la persona che ha commesso un reato potrebbe commetterlo nuovamente, nel percorso di giustizia riparativa vengono presi in considerazione i vissuti dei partecipanti e l’elaborazione degli stessi.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica

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