Il contesto relazionale che il bambino vive e le condizioni o le modalità in cui viene ascoltato durante un procedimento giudiziario, condizionano la qualità e l’attendibilità della narrazione dell’evento in causa. Risultano dunque dominanti le variabili esperite nell’atto della testimonianza rispetto a quelle che hanno caratterizzato l’evento su cui si indaga (Mazzoni, 2000; Dettore, Fuligni, 1999; De Leo, Biscione 2001). Poche sono le ricerche che mettono in evidenza, ad oggi, le differenze che intercorrono tra le influenze che incidono sulla narrazione in caso di abuso o sospetto abuso, derivanti da lacerazione, conflitto e dalla separazione dalla famiglia in rapporto a quelle derivanti da ciò che la testimonianza stessa potrebbe causare (Bruck, Ceci, 1995; Caffo, Camerini, Florit, 2002). In Italia, la competenza di attendibilità della testimonianza del minore viene valutata attraverso l’utilizzo di quesiti durante la fase processuale e non durante la fase preliminare come per esempio negli Stati Uniti. L’attendibilità della testimonianza ingloba l’accuratezza e la credibilità della narrazione dell’evento.
Numerose risultano, invece, le ricerche che sono andate ad indagare la capacità del minore di rendere testimonianza (Dettore, Fuligni, 1999; Mazzoni, 2000; Eisen e coll. 2002), da cui derivano conferme unanimi sulla minor ritenzione in memoria dell’evento rispetto all’adulto, specialmente quando entrano in gioco forti componenti emotive come, per esempio, quelle derivanti da reati sessuali ma, in ugual maniera, inferiore è la possibilità del minore di commettere errori di tipo intrusivo. Il rischio delle influenze esterne sul ricordo riprodotto vengono comunque limitate dalla tecnica che viene utilizzata in fase di interrogatorio.
Il recupero di un’informazione viene influenzato da diversi fattori, cognitivi e sociali, che potrebbero inficiarne l’accuratezza (Ceci, Bruck, 1995). L’evento ricordato viene ricostruito e non riprodotto nella sua integrità (Batterman-Faunce, Goodman, 1993), inoltre i bambini, in particolare, presentano delle difficoltà legate al tradurre in parole le loro percezioni, al riconoscere la fonte di derivazione del loro ricordo, non riescono a distinguere, cioè, se l’evento che ricostruiscono derivi da un’esperienza realmente vissuta o da un racconto riportato loro (Mazzoni, 2000), nonché nella codifica delle informazioni stesse.
La capacità di richiamo di un’informazione, ossia la modalità in cui liberamente le informazioni giungono alla memoria, è strettamente legata all’età del bambino; si presenta similmente sviluppata alla capacità dell’adulto solo quando il bambino si trova in età scolare. Inoltre, presentano la tendenza a ricordare informazioni che anche se non realmente accadute risultano coerenti con quanto detto loro, in tal caso di parlerà di richiamo rielaborato, evento di natura problematica soprattutto in contesto giudiziario (Mazzoni, 2000, Eisen e coll., 2002), tutto ciò evidenzia come sia facile il verificarsi di distorsioni o l’induzione ad un ricordo mai verificatosi.
La tendenza all’essere suggestionati, nei bambini, sarebbe connessa con la loro minor capacità di ritenzione di informazioni (Brainerd, Reyna, Howe e Kingma, 1990), secondo tale assunto di base, i bambini, tenderebbero ad integrare un ricordo con informazioni false quando, di questo ricordo ne hanno immagazzinato solo pochi elementi, tendono quindi a colmare le lacune con materiale non pertinente. Altre ricerche hanno evidenziato come, la partecipazione attiva, da parte del bambino, all’evento, ne renda il ricordo più accurato e completo dei suoi elementi formativi (Murachver et al., 1996), l’esperire un evento attraverso più modalità percettive eleva la motivazione e l’intensità emotiva favorendo dunque, il processo di acquisizione e la ritenzione delle informazioni (Johnson, 1983; Ratner e Foley, 1994).
Dato il carattere sensibile di questi interrogatori, in Italia, cosi come negli Stati Uniti, Australia ed Inghilterra, si è provveduto all’attuazione di una formula di audizione protetta del minore, inserita durante l’incidente probatorio. Dato l’elevato grado di suggestionabilità del minore, l’ascolto della testimonianza viene video-registrato in un luogo che presenti delle caratteristiche neutre, andando così ad abbassare le fonti di disagio e stress emotivo. La videoregistrazione della testimonianza del minore risponde ad alcuni requisiti importanti; si è evidenziato, infatti come si riducano il numero degli interrogatori di fase pre dibattimentale, si possono osservare peculiarità della comunicazione non verbale ed aumenta l’accuratezza dell’intero processo di indagine, il colloquio video-registrato può essere prodotto in tribunale eludendo dunque la necessità di coinvolgimento “in presentia” della presunta vittima nell’aula di tribunale, ultimo elemento di vantaggio, si rileva nella minor esposizione del minore ad una reiterazione del trauma.
La vicinanza di un parente, o di una persona addestrata a fornire sostegno al minore, durante tutto il colloquio, è consentita cosi come, l’affidare ad un perito esperto la conduzione del colloquio stesso. La scelta di non avvalersi di un luogo neutro per il colloquio testimoniale e di preferire l’aula del Tribunale è condotta sulla scia di preferenza di un predeterminato esito processuale più che sulla tutela verso il minore.
In accordo con la letteratura scientifica internazionale, (Mazzoni, 2000; Eisen e coll, 2002) durante un interrogatorio è importante tener presente dell’esistenza di alcuni effetti che possono concorrere ad una maggiore o minore accuratezza o inaffidabilità della prova (es. effetto delle induzioni degli stereotipi; effetto del tono emotivo dell’intervistatore; effetto di domande ripetute ecc.), nel colloquio bisogna sempre, oltre che utilizzare dei protocolli standardizzati, dare spazio ad accorgimenti necessari al fine di garantire la massima efficacia alla testimonianza.
Tra i requisiti evidenziati possiamo elencare:
– l’utilizzo di domande aperte
– la non insistenza su di un aspetto se il bambino denuncia di non ricordare
– l’utilizzo di un linguaggio adeguato all’età del minore
– gratificare il testimone
– non sollecitare il minore con informazioni avute da altri testimoni
– non interrompere il minore se non ha concluso il discorso
– non utilizzare frasi suggestive
– utilizzare frasi con toni positivi
– controllare il contesto della meta – comunicazione.
L’utilizzo di linee guida e di interviste investigative strutturate sono necessarie per abbassare il rischio di false denunce o di innescare processi di vittimizzazioni secondarie. In Italia si sta tendendo alla sperimentazione di ulteriori forme di tutela tanto è che, anche nella SIT (raccolta di Informazioni Testimoniali), si prevede l’utilizzo di un esperto che raccolga le evidenze del minore. E’ fondato ritenere che il primo ascolto rappresenti il nodo cruciale per decidere lo sviluppo e l’iter che deve prendere il processo stesso. Esistono tre tecniche investigative utilizzate nei contesti di indagine con minori:
L’Intervista Cognitiva per bambini (Geiselman e coll. 1984) che si basa sulla comunicazione e la memoria, favorendo primariamente un clima emotivo positivo. Vengono utilizzate domande aperte volte alla raccolta delle rappresentazioni mentali che il minore ha riguardo l’evento da indagare, per poi andare a raccogliere eventuali particolari che possono sfuggire. Due sono i processi psicologici sottesi alla procedura; il primo secondo cui, una traccia mnestica viene recuperata con maggior probabilità se più elementi concorrono al recupero; e la seconda utilizza invece diverse tecniche di recupero cosicché, laddove una fallisse, un’altra potrebbe accedervi.
Vi sono quattro tecniche di rievocazione:
La Step Wise Interview, (Yuille e coll. 1987) utilizzata con i bambini che hanno meno di 8 anni e combina le tecniche conosciute di richiamo delle informazioni con le conoscenze sullo sviluppo della memoria nel bambino. Trattasi di un metodo non direttivo e non suggestivo, inizia con domande aperte e via via sempre più focalizzate sull’accaduto.
L’Intervista Strutturata che risulta essere particolarmente adatta, anche questa, a bambini al di sotto degli otto anni, si presenta come più semplice di quella cognitiva e richiede meno tempo. Si svolge attraverso la richiesta rivolta al bambino, di sviluppare, per due volte consecutive, un racconto libero dell’accaduto senza far ricorso a mnemotecniche.
Scritto in collaborazione con la Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica
Riferimenti bibliografici
Batterman- Faunce J. M., Goodman G. S. (1993), “Effects of context on the Accuracy and Suggestibility of Child Witnesses”, in Goodman G.S., Bottoms B.L., Child Victim, Child Witness: Undertanding and Improving Testimony, Guilford Press, NY, USA.
Brainerd C. J., Reyna V. F., Howe M. L. & Kingma J. (1990), “Development of forgetting and reminiscence”, Monographs of the Society for Research in Child Development, 55 (3-4, Serial No. 222).
Bruck M., Ceci S. J. (1997), “The suggestibility of young children”, Psychological Science, 6: 75-78.
Caffo E., Camerini G.B., Florit G. (2002), Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia, McGraw-Hill, Milano.
Ceci S. e Bruck M. (1993), “Suggestionability of the child witness: A historical review and synthesis”, Psychological Bulletin, 113: 403-439.
De Leo G., Biscione M.C. (2001), “Problemi di metodo nelle consulenze tecniche per la valutazione dell’attendibilità delle testimonianze dei minori abusati”, in Difendere, valutare e giudicare il minore, Giuffrè, Milano.
Dettore D., Fuligni C. (1999), L’abuso sessuale sui minori, Mc Graw.Hill, Milano.
Eisen M.L., Quas J. A., Goodman G. S. (2002), Memory and Suggestibility in the Forensic Interview, Laurence Erlbaum Associates NY, USA.
Geiselman R.E., Fisher R.E. et al., Eyewitness memory enhancement in the cognitive interview, in American Journal of psychology, 99, 1986, pp. 386-401
Geiselman R.E., Padilla J., Interviewing child witness with the cognitive interview, in Journal of Police Science Administration, 16, 1988, pp.236-242
Johnson M. K. (1983), A multiple-entry, modular memory system, in G.H. Bower (Ed.), The psychology of learning and motivation: Advances in research theory (Vol. 17, pp. 81-123), New York, Academic Press.
Mazzoni G. (a cura di) (2000), La testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori, Giuffrè, Milano.
Murachver T., Pipe M.-E., Gordon R., Owens J.L. & Fivush R. (1996), “Do, show and tell: Children’s event memories acquired through direct experience, observation, and stories”, Child Development, 67: 3029-3044.
Ratner H. H. & Foley M.A. (1994), “A unifying framework for the development of children’s activity memory”. in H. W. Reese (Ed.) Advances in Child Development, (Vol. 25, pp. 33 – 105), San Diego, CA: Academic Press.
Yuille J.C., Farr V. (1987), “Statement validity analysis: A systematic approach to the assessment of children’s allegations of child sexual abuse”, British Columbia Psychologist, 19-27.

Psicoterapeuta ad approccio breve strategico presso l’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie, presidente della Società Scientifica di Psicologia Giuridica e della Società Scientifica di Psicoterapia Strategica.

Psicoterapeuta ad approccio breve strategico presso l’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie, presidente della Società Scientifica di Psicologia Giuridica e della Società Scientifica di Psicoterapia Strategica.
Le ricerche hanno evidenziato come la giustizia riparativa sia più efficace se applicata a reati di maggiore gravità. Il professore Tim Champan durante il seminario “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha portato una testimonianza che riguarda il suo paese. In Irlanda del Nord tutti i casi possono essere trattati con la giustizia ripartiva tranne gli omicidi e i reati legati al terrorismo, i tassi di recidiva sono molto più bassi per i reati più gravi rispetto a quelli meno gravi.
Un tema che richiede estrema sensibilità e competenza per potere essere gestito è quello dei reati sessuali, nello specifico dell’uomo sulla donna. Il mondo femminista risulta essere molto critico verso l’utilizzo della giustizia ripartiva poiché, essendo questi reati innescati dal bisogno dell’uomo di avere potere e controllo sulla donna, alcuni ritengono che le donne in un incontro equo e paritario, si troverebbero ad essere ulteriormente danneggiate, vittimizzate e sottoposte a controllo. Questo è un tema molto attuale e che richiede ulteriori studi dal momento che, con strumenti tradizionali, non si ottengono i risultati sperati.
L’Irlanda è un paese in cui la giustizia riparativa è nata da un bisogno generato dai continui conflitti presenti e dal voler trovare soluzioni alternative al circolo vizioso del crimine. Nelle comunità operaie locali sono nati molti progetti basati sulla giustizia riparativa e molti di questi sono portati avanti da persone della comunità che in passato hanno vissuto l’esperienza del carcere e che ora credono fermamente nel processo riparativo. I metodi di questo processo vengono introdotti anche nelle scuole per produrre un cambiamento, dalla cultura della punizione al rispetto e alla reciprocità. Evidenze scientifiche denunciano come questo spostamento del focus dalla punizione al rispetto, abbia ridotto situazioni di conflitto, esplosioni di rabbia e bullismo ed aumentato il livello di performance scolastica e il rendimento. Tutto il personale che lavora nelle case famiglia Irlandesi si rapporta con i bambini affidati in modalità riparativa ed inoltre, i bambini seguono un processo di restorative conference che permette loro di rapportarsi al conflitto in modo diverso da quello che conoscono.
Nell’Irlanda del Nord il Processo di Giustizia Ripartiva è già introdotto all’interno del contesto sociale, tanto che è obbligatorio offrire a tutti ragazzi che commettono un reato e di cui si assumono la responsabilità, un processo di restorative conference. Questo significa che il minore non entra nel circuito penale e ha al contempo che ha la possibilità di assumersi la responsabilità delle azioni commesse. Solo i reati più gravi vengono segnalati contemporaneamente per la restorative conference e al Tribunale.
All’interno delle carceri vengono applicati i processi di giustizia ripartiva quando il reato è commesso all’interno della struttura o quando la vittima decide di incontrare l’autore del reato. In Irlanda del Nord, negli ultimi quindici anni, da quando è entrata in vigore questa legge sono state svolte 22.000 restorative conference che hanno coinvolto il ragazzo che ha commesso il reato con la propria famiglia, la vittima con la propria famiglia, amici, sostenitori, rappresentanti della comunità e tutti i professionisti che sono stati rilevanti durante il percorso.
Da questi dati si può dedurre che almeno 1 persona su 20 sia stata coinvolta in un percorso di giustizia riparativa. L’Irlanda del Nord era una società con un sistema punitivo estremamente severo, le carceri ed i ragazzi reclusi erano centinaia. Oggi i minori reclusi sono 5/6 al massimo e il livello di carcerazione è più basso di quanto non avvenga in Scozia o in Inghilterra.
Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, psicologo clinico

Psicologa e psicoterapeuta, in collaborazione con l’Osservatorio Violenza e Suicidio e l’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie di Roma, svolge attività di prevenzione, ricerca e trattamento della violenza in tutte le sue forme: bullismo, cyber-bullismo, stalking, cyber-stalking, maltrattamento, rischio suicidario.
Il 22/06/2019 alle 10:00 – 17:00 ha avuto luogo l’incontro “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso Ordine degli Psicologi del Lazio.
Relatori Patrizia Patrizi & Tim Chapman
Il professore Tim Chapman, studioso di fama internazionale, direttore del Master in Restorative Practices dell’Università di Ulster (Irlanda del Nord) e presidente dell’ European Forum for Restorative Justice, discute delle implicazioni pratiche della giustizia riparativa, portando alla luce considerazioni sull’importanza della collaborazione e del superamento dei confini e dei pregiudizi, per svolgere un lavoro che veda la giustizia partecipe e presente nel processo di cambiamento.
Come è noto, le procedure della giustizia tradizionale tendono ad espropriare le parti in conflitto dei loro stessi vissuti e conflitti, poiché questi vengono gestiti dal Giudice designato e/o dall’avvocato delegato. L’espropriazione di questi vissuti, anche se traumatici, porta i protagonisti della vicenda ad una mancata elaborazione di quanto accaduto. Nel contesto della giustizia riparativa risulta utile l’introduzione della figura del facilitatore, figura che si pone in sostituzione del mediatore. Sappiamo che la mediazione è una specifica tecnica mentre la facilitazione si pone alla base del processo di giustizia, in questo caso definita riparativa, nel restituire alle persone i loro conflitti e nel poterli rielaborare.
Il Prof. Tim Chapman ha lavorato per lungo tempo nel sistema della giustizia criminale ponendosi come obiettivo la riabilitazione delle persone che, commettendo reati, non hanno mai avuto assunto la prospettiva delle loro vittime. Conoscendo il processo della giustizia ripartiva egli ha potuto prendere consapevolezza di un’altra modalità di intervento, andando così a colmare il vuoto presente nella sua pratica tanto da investire i vent’anni successivi nella ricerca e nell’insegnamento della pratica della giustizia riparativa.
La giustizia riparativa è un approccio inclusivo, pronto a fronteggiare il danno o il rischio di danno, coinvolgendo tutto e tutti coloro che ne sono toccati, per raggiungere un’intesa comune ed un accordo su come il danno o il torto può essere riparato. Esistono due aspetti essenziali del processo della giustizia riparativa. Il primo è la partecipazione delle persone, vittime o autori di reato, all’intero dell’iter processuale. Il secondo punto è la non focalizzazione sul soggetto che ha commesso un reato o infranto una legge ma, sul danno generato. Il fine è il raggiungimento di un accordo su ciò che può essere fatto per cercare di ricostruire le relazioni che sono state spezzate.
La riparazione del danno non è vista nell’ottica di un processo terapeutico ma di un processo legale. L’idea chiave è quella di dare alle persone un vissuto di giustizia. I processi riparativi possono avere forme diverse e, mentre in Irlanda del Nord, i più comuni sono le conference, in Europa sono le mediazioni di reato, molto utilizzate anche nei percorsi all’interno dei nuclei familiari.
La comunicazione all’interno del processo di giustizia riparativa segue dei principi che tendono al rafforzamento delle relazioni ed al rispetto reciproco e questi principi possono trovare applicazione con le persone singole, con le famiglie, con le organizzazioni, negli istituti penali, nelle scuole, ovunque vi sia uno scambio relazionale. È importante sottolineare come i processi riparativi siano guidati da solidi valori e come la giustizia ripartiva lavori su questi valori estrapolandone i concetti basati sul rispetto per la dignità umana.
Il secondo valore preso in esame è la solidarietà ovvero, la responsabilità che come cittadini si ha l’uno verso l’altro. La giustizia ripartiva non è solo un approccio individuale ma si basa sulle relazioni e su come queste possano essere rafforzate. La responsabilità che deve assumersi chi ha generato il danno ha una valenza estremamente importante all’interno del processo di giustizia riparativa ed è attraverso i concetti di responsabilità, solidarietà, coesione sociale e verità, che si arriva a quello di giustizia. I concetti esplicitati e la giustizia ottenuta si esprimono attraverso il dialogo tra le persone coinvolte, dialogo teso alla riparazione.
In genere coloro che, avendo commesso un reato o avendo ricevuto un danno, si avvalgono dello strumento della giustizia riparativa, sperimentano meno timore verso l’esperienza negativa così da veder ridotti i sintomi da disturbo post traumatico da stress, gli agiti di rabbia, il bisogno di vendetta così come, risultano essere più sincere le manifestazioni di rimorso e di dispiacere per le azioni commesse. La cosa più importante è il vissuto di soddisfazione nel poter esprimere i propri bisogni, ad esempio il rimorso per l’azione commessa a cui si concatena la percezione di non essere giudicati solo come delle cattive persone. Le ricerche svolte in Europa del Nord evidenziano come il 95% delle promesse di riparazione che l’autore di reato pronuncia nei confronti della vittima vengono mantenute, ciò implica anche una riduzione del tasso di recidiva. La soddisfazione viene espressa anche attraverso la percezione che il percorso intrapreso venga, passo dopo passo, deciso da entrambe le parti in gioco. Il danno viene evidenziato e riparato e questo è ciò che si intende per giustizia riparativa.
Chi commette un reato viene condannato e passa parte della sua vita in prigione, dove cessa di assumersi la responsabilità di se stesso e dell’altro, passando la maggior parte del tempo con altri autori di reato e discutendo sui valori connessi al crimine, le relazioni con la famiglia e con la realtà sociale esterna vengono interrotti. Tutto ciò comporta l’elevata possibilità che queste persone sviluppino una narrativa di loro stessi come criminali piuttosto che come cittadini. La giustizia riparativa tende invece ad aumentare e rafforzare la socialità umana.
Le persone interrompono il ciclo del crimine quando hanno delle relazioni sociali per loro importanti e la giustizia ripartiva lavora sul rafforzamento delle relazioni. L’altro aspetto che incide sulla riduzione del crimine è il modificare la percezione che si ha di se stessi e del modo in cui ci si narra e si narra la propria vita. La giustizia ripartiva permette una rivalutazione dei propri vissuti e il cambiamento dell’etichetta “deviante” che tiene la persona che ha commesso il danno ancorata alla vecchia percezione di sé. Il processo della giustizia riparativa ha dunque come fondamento lo sviluppo della capacità di dare e chiedere rispetto. Secondo il filosofo Alessandro Ferrara, mentre in termini di sistema criminale si valuta se la persona che ha commesso un reato potrebbe commetterlo nuovamente, nel percorso di giustizia riparativa vengono presi in considerazione i vissuti dei partecipanti e l’elaborazione degli stessi.
Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica
Psicologo clinico esperto in psicologia giuridica e forense. Mi occupo di ricerca nell’ambito del disagio giovanile, delle dipendenze da sostanza e comportamentali, del trattamento e della riabilitazione sociale di adolescenti e adulti detenuti.