
La dura realtà delle pratiche punitive negli Stati Uniti é un fatto noto. Tra queste, particolare rilievo assume l’isolamento in carcere (solitary confinement). A differenza dei sistemi Europei, negli Stati Uniti l’isolamento é una misura correttiva—quindi non comminata dal giudice come pena—rimessa alla discrezionalità delle amministrazioni e del personale penitenziario con una limitata revisione giudiziaria. In genere l’isolamento é previsto come misura disciplinare (disciplinary segregation) per punire infrazioni delle regole del carcere; come misura di sicurezza (administrative segregation) per allontanare soggetti “pericolosi” dal resto della popolazione carceraria o separare le gangs; e infine come misura protettiva (protective segregation). Una forma particolare di isolamento é data dalle super-max prisons, ossia strutture penitenziarie di massima sicurezza cui vengono assegnati detenuti condannati per delitti più gravi. Le statistiche ufficiali del 2018 riportano un numero pari a 60.000 persone detenute in isolamento.
Le condizioni dell’isolamento in carcere possono essere estremamente rigide. A seconda dello stato e della struttura penitenziaria, una persona può trascorrere minimo 15 giorni, mesi, o addirittura anni senza alcun contatto significativo con il mondo esterno. Le celle dell’isolamento sono generalmente molto strette (ad es., 8 metri quadri) e spoglie, a volte illuminate con luce artificiale 24 ore su 24. A seconda delle regole delle strutture penitenziarie, i detenuti in isolamento hanno diritto a fare esercizio fisico per 3 o 4 ore a settimana in aree separate rispetto al resto della comunità carceraria. Non sempre è prevista la partecipazione in attività ricreative o riabilitative, e gli orari di visita sono generalmente ridotti.
Un vastissimo numero di studi psicologici e psichiatrici ha ampiamente documentato gli effetti psicologici e psicopatologici causati dall’isolamento socio-ambientale, soprattutto se di lunga durata. La mancanza di contatto sociale e di stimoli ambientali é stata associata con difficoltà cognitivi come problemi di attenzione e di concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, irritabilità, o paranoia. Inoltre, studi epidemiologici hanno altresì associato tali condizioni con un più elevato rischio di sviluppare malattie fisiche e mentali, nonché con un più alto rischio di mortalità.
Per quanto riguarda il solitary confinement nello specifico, studi comportamentali su soggetti detenuti in isolamento hanno prevalentemente riscontrato i seguenti gli effetti psicopatologici:
Questi sintomi sono esacerbati in soggetti particolarmente vulnerabili, come le persone affette da malattie mentali.
Inoltre, molti studi hanno altresì messo in risalto la sostanziale incapacità dell’isolamento a assolvere funzioni di deterrenza speciale, quindi la prevenzione della recidiva. Infatti, oltre a causare una serie di sintomi psicologici e psicopatologici, l’assenza del contatto sociale per periodi prolungati predispone altresì alla aggressività e alla violenza. Pertanto, e’ stato riscontrato che soggetti detenuti in isolamento presentino un più alto rischio di commettere nuovamente reati dopo essere rientrati in società.
Le condizioni deleterie dell’ isolamento in carcere negli Stati Uniti sono oggetto di continue pressioni da parte della comunità internazionale, che urge l’abolizione o quantomeno drastiche restrizioni dell’isolamento penitenziario, nonché l’implementazione di standard sociali e ambientali che rendano questa pratica meno disumanizzante e degradante. Secondo le Regole delle Nazioni Unite sullo Standard Minimo per il Trattamento dei Prigionieri (Mandela Rules), l’isolamento in carcere non può avere una durata superiore ai 15 giorni. Quando questo limite viene superato, l’isolamento diviene una forma di tortura.
Sulla scia delle forti pressioni della comunità internazionale, associazioni per i diritti civili e per la sorveglianza dei diritti dei detenuti hanno formulato linee guida e raccomandazioni per le singole giurisdizioni e amministrazioni penitenziarie al fine di apportare delle riforme significative ai regimi di isolamento. Oltre a iniziative di carattere associativo e istituzionale, accademici in molte università del Paese—con la collaborazione di attivisti per i diritti dei detenuti—hanno intrapreso progetti di ricerca interdisciplinari volti a mettere in discussione la legittimità del solitary confinement da un punto di vista giuridico, scientifico, sociale, ed etico.
Nonostante queste iniziative e i piccoli margini di miglioramento dei regimi di solitary confinement in alcuni stati negli ultimissimi anni, le condizioni dure dell’isolamento in carcere persistono ancora in un numero abbastanza alto di realtà penitenziarie ed é ancora ritenuta costituzionalmente legittima.
Riferimenti bibliografici

Ricercatrice post-dottorale in Diritto e Giustizia Penale e Neuroscience alla Columbia University. Si occupa di diritto penale comparato, teoria della pena, diritto penitenziario americano, e giustizia riparativa.