Nel processo di giustizia riparativa è l’eventuale richiesta della vittima di non procedere con ulteriori punizioni che motiva il giudice a non condannare l’autore di reato, anche nel caso di reati molto gravi. All’interno della conference si ha la possibilità di richiedere anche una pena detentiva. L’effetto prodotto durante le conference è quello di immedesimazione della vittima nel reo e del reo nella vittima valutando quindi, anche le reciproche responsabilità. La persona che ha commesso il reato può decidere di avvalersi anche di un avvocato che sarà presente solo per garantire la non violazione dei diritti del proprio assistito. Risulta essere dunque un processo strutturato da entrambe le parti per l’assunzione di responsabilità e l’avvio di un dialogo per l’ottenimento di un accordo.
A differenza della giustizia riparativa, il sistema di giustizia tradizionale tende a separare le persone producendo dei risultati altamente negativi. Questo infatti separa le persone dall’evento negativo che hanno vissuto producendo uno scollamento che rende la vittima invisibile al sistema, inoltre il reato è sempre evidenziato come evento negativo e mai contestualizzato. I media e la politica sottolineano la sensazionalità del reato, Il significato dunque che assume un crimine veicola con sé un sistema di pregiudizi difficili da eliminare. Inoltre il sistema classico tende a guardare il crimine in termini di prove, si ha dunque bisogno di prove che avvalorino l’infrazione alla legge e di conseguenza che le medesime prove indichino il responsabile. L’autore del reato è valutato per ciò che ha fatto.
Nel sistema tradizione si prende in carico l’autore di reato in termini punitivi senza considerare chi ha subito il danno. La vittima tende a scomparire dalla scena del crimine pur rappresentandone la parte più importante. Sembra che le nostre società vogliano immunizzarsi dai rischi, dalle paure e dalle sfide che si presentano, costruendo muri per tenere al di là tutti coloro che non ne fanno parte o muri di carceri per tenere dentro i “soggetti” da allontanare. Il sistema ingloba dunque il “criminale” all’interno della propria narrativa deviante, all’interno del suo stesso reato. Il paradosso si manifesta allorché se il criminale da una parte fa paura e va allontanato, la vittima al contempo scompare dal processo di giustizia e continua a trascinarsi la propria sofferenza mai elaborata. Il danno generato incastra, dunque, al suo interno, vittima ed autore del crimine.
Molte sono le evidenze di percezioni negative rispetto alla società in cui vivono che provengono da persone che hanno subito un crimine, mentre il criminale, essendo consapevole del giudizio negativo che si porta dietro, tende a distorcere la propria visione sociale per rispondere all’etichetta ricevuta. La vittima e l’autore del reato non utilizzano le risorse che la società mette loro a disposizione per consentirgli di condurre una vita attiva e produttiva. L’obiettivo della giustizia riparativa è quello, dunque, di lavorare tra la rottura e le fratture della società, le fratture fra vittima ed attore, fra uomini e donne, fra differenti culture, fra poveri e ricchi.
La narrativa della giustizia riparativa si dipana nel vedere insieme la persona danneggiata e l’autore del danno, nel riscrivere insieme le loro storie, nel decidere cosa deve essere fatto e nel “lasciarle libere” di continuare la propria vita come hanno deciso, non essendo più dominati dall’evento dannoso. Più il danno prodotto è importante e più c’è la necessita di mettere un punto alla storia che lo ha generato e lasciare andare avanti le persone senza che si identifichino più come vittima o criminale. Attraverso la riconnessione del vissuto interiore con quello esteriore gli attori del processo hanno la possibilità di raccontare la loro storia, con le loro parole e nel modo che reputano più opportuno, liberi di esprimersi. In questi termini il facilitatore tende di comprendere e portare in luce il vissuto dei protagonisti. Non ci si pone la domanda “che cosa è che non va in te?” Ma “che cosa è importante per te?”.
Se si parte dal presupposto che è la persona a rappresentare il problema, come avviene nel sistema tradizionale, si sviluppa inevitabilmente un sentimento di vergogna che a sua volta crea lo stigma e la paura. Questo processo avviene, spesso, nei casi di violenza di genere laddove alle vittime viene rimproverato di essere vittime. Allo stesso modo in cui, chi commette il reato non deve assumere l’identità di criminale, la vittima non deve assumere l’identità di vittima. Le nostre società, purtroppo, sono fortemente basate sul processo di colpevolizzazione.
Nel processo della giustizia riparativa il sentimento di vergogna non è identificato sulla persona ma su ciò che quella persona ha commesso, l’attore è quindi invitato ad esprimere i propri sentimenti in merito all’accaduto. Secondo la tecnica del kintsugi, un danno non deve essere riparato alla perfezione ma, se ne devono evidenziare le fratture, riunite con materiali preziosi. Il danno in questo modo non viene nascosto ma evidenziato nella sua potenza e nella sua importanza. Questo viene infatti rigenerato in tutta la sua bellezza, come si ricostruiscono i rapporti e si superano i traumi.
Una conferenza riparativa consta di una pre-conference in cui si procede alle fasi di inclusione, della conference che valuta il vissuto dei partecipanti e i processi decisionali e si conclude con il percorso di trasformazione. In questo processo, nodo importante risulta essere la consapevolezza del facilitatore sulla qualità di relazioni che instaurerà con tutte le persone presenti. Il danno viene valutato secondo due parametri, il primo si basa sulla responsabilità dell’autore del reato ed il secondo riguarda l’interruzione del circolo vizioso del reato.
La maggior probabilità di risolvere un problema si manifesta quando tutte le persone incluse nell’evento raggiungono insieme una soluzione di reciproca soddisfazione. Il ruolo del facilitatore è paragonabile ad una solida impalcatura. Il facilitatore costruisce l’impalcatura ma tutto il lavoro di riparazione del danno viene eseguito da coloro che lo hanno generato o subito. Non è il facilitatore a creare il risultato ma il suo obiettivo è quello che gli attori raggiungano l’accordo in totale autonomia, sorretti dall’impalcatura. Entrambe le storie, della vittima e dell’autore del reato, sono storie vere ma prese singolarmente risultano essere incomplete, il processo riparativo dunque si pone l’obiettivo di creare la storia condivisa. È importante, in questo processo, evidenziare i dettagli di tutta la storia e questo è un modo per far capire che ciò che è successo è importante. Attraverso il dettaglio si evidenziano le richieste dei partecipanti, i loro bisogni, cosa si desidera e cosa si vuole che gli altri sappiano.
La vergogna e il bisogno di rispetto sono elementi presenti nel processo. È importante chiedere il significato della parola rispetto, della parola giustizia, della sicurezza e del controllo e solo chi ha prodotto il danno può rispondere e rispondere alla richiesta della persona danneggiata. Risulta necessaria, dunque, una forma di dialogo che possa incontrare questi bisogni e rispondere a questi significati.
Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica
Psicologo clinico esperto in psicologia giuridica e forense. Mi occupo di ricerca nell’ambito del disagio giovanile, delle dipendenze da sostanza e comportamentali, del trattamento e della riabilitazione sociale di adolescenti e adulti detenuti.