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Restorative justice & restorative conference

Giustizia riparativa e tipologie di reati

Le ricerche hanno evidenziato come la giustizia riparativa sia più efficace se applicata a reati di maggiore gravità. Il professore Tim Champan durante il seminario “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha portato una testimonianza che riguarda il suo paese. In Irlanda del Nord tutti i casi possono essere trattati con la giustizia ripartiva tranne gli omicidi e i reati legati al terrorismo, i tassi di recidiva sono molto più bassi per i reati più gravi rispetto a quelli meno gravi.

Un tema che richiede estrema sensibilità e competenza per potere essere gestito è quello dei reati sessuali, nello specifico dell’uomo sulla donna. Il mondo femminista risulta essere molto critico verso l’utilizzo della giustizia ripartiva poiché, essendo questi reati innescati dal bisogno dell’uomo di avere potere e controllo sulla donna, alcuni ritengono che le donne in un incontro equo e paritario, si troverebbero ad essere ulteriormente danneggiate, vittimizzate e sottoposte a controllo. Questo è un tema molto attuale e che richiede ulteriori studi dal momento che, con strumenti tradizionali, non si ottengono i risultati sperati.

 

La giustizia riparativa in Irlanda

L’Irlanda è un paese in cui la giustizia riparativa è nata da un bisogno generato dai continui conflitti presenti e dal voler trovare soluzioni alternative al circolo vizioso del crimine. Nelle comunità operaie locali sono nati molti progetti basati sulla giustizia riparativa e molti di questi sono portati avanti da persone della comunità che in passato hanno vissuto l’esperienza del carcere e che ora credono fermamente nel processo riparativo. I metodi di questo processo vengono introdotti anche nelle scuole per produrre un cambiamento, dalla cultura della punizione al rispetto e alla reciprocità.  Evidenze scientifiche denunciano come questo spostamento del focus dalla punizione al rispetto, abbia ridotto situazioni di conflitto, esplosioni di rabbia e bullismo ed aumentato il livello di performance scolastica e il rendimento. Tutto il personale che lavora nelle case famiglia Irlandesi si rapporta con i bambini affidati in modalità riparativa ed inoltre, i bambini seguono un processo di restorative conference che permette loro di rapportarsi al conflitto in modo diverso da quello che conoscono.

Nell’Irlanda del Nord il Processo di Giustizia Ripartiva è già introdotto all’interno del contesto sociale, tanto che è obbligatorio offrire a tutti ragazzi che commettono un reato e di cui si assumono la responsabilità, un processo di restorative conference. Questo significa che il minore non entra nel circuito penale e ha al contempo che ha la possibilità di assumersi la responsabilità delle azioni commesse. Solo i reati più gravi vengono segnalati contemporaneamente per la restorative conference e al Tribunale.

 

Nel circuito penale

All’interno delle carceri vengono applicati i processi di giustizia ripartiva quando il reato è commesso all’interno della struttura o quando la vittima decide di incontrare l’autore del reato. In Irlanda del Nord, negli ultimi quindici anni, da quando è entrata in vigore questa legge sono state svolte 22.000 restorative conference che hanno coinvolto il ragazzo che ha commesso il reato con la propria famiglia, la vittima con la propria famiglia, amici, sostenitori, rappresentanti della comunità e tutti i professionisti che sono stati rilevanti durante il percorso.

Da questi dati si può dedurre che almeno 1 persona su 20 sia stata coinvolta in un percorso di giustizia riparativa. L’Irlanda del Nord era una società con un sistema punitivo estremamente severo, le carceri ed i ragazzi reclusi erano centinaia. Oggi i minori reclusi sono 5/6 al massimo e il livello di carcerazione è più basso di quanto non avvenga in Scozia o in Inghilterra.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, psicologo clinico

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Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile

Il 22/06/2019 alle 10:00 – 17:00 ha avuto luogo l’incontro “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso Ordine degli Psicologi del Lazio.

Relatori Patrizia Patrizi & Tim Chapman 

Il professore Tim Chapman, studioso di fama internazionale, direttore del Master in Restorative Practices dell’Università  di Ulster (Irlanda del Nord) e presidente dell’ European Forum for Restorative Justice, discute delle implicazioni pratiche della giustizia riparativa, portando alla luce considerazioni sull’importanza della collaborazione e del superamento dei confini e dei pregiudizi, per svolgere un lavoro che veda la giustizia partecipe e presente nel processo di cambiamento.

Quale giustizia?

Come è noto, le procedure della giustizia tradizionale tendono ad espropriare le parti in conflitto dei loro stessi vissuti e conflitti, poiché questi vengono gestiti dal Giudice designato e/o dall’avvocato delegato. L’espropriazione di questi vissuti, anche se traumatici, porta i protagonisti della vicenda  ad una mancata elaborazione di quanto accaduto. Nel contesto della giustizia riparativa risulta utile l’introduzione della figura del facilitatore, figura che si pone in sostituzione del mediatore. Sappiamo che la mediazione è una  specifica tecnica mentre la facilitazione si pone alla base del processo di giustizia, in questo caso definita riparativa, nel restituire alle persone i loro conflitti  e nel poterli rielaborare.

Il Prof. Tim Chapman ha lavorato per lungo tempo nel sistema della giustizia criminale ponendosi come obiettivo la riabilitazione delle persone che, commettendo reati, non hanno mai avuto assunto la prospettiva delle loro vittime. Conoscendo il processo della giustizia ripartiva egli ha potuto prendere consapevolezza di un’altra modalità di intervento, andando così a colmare il vuoto presente nella sua pratica tanto da investire i vent’anni successivi nella ricerca e nell’insegnamento della pratica della giustizia riparativa.

Giustizia Riparativa

La giustizia riparativa è un approccio inclusivo, pronto a fronteggiare il danno o il rischio di danno, coinvolgendo tutto e tutti coloro che ne sono toccati, per raggiungere un’intesa comune ed un accordo su come il danno o il torto può essere riparato. Esistono due aspetti essenziali del processo della giustizia riparativa. Il primo è la partecipazione delle persone, vittime o autori di reato, all’intero dell’iter processuale. Il secondo punto è la non focalizzazione sul soggetto che ha commesso un reato o infranto una legge ma, sul danno generato. Il fine è il raggiungimento di un accordo su ciò che può essere fatto per cercare di ricostruire le relazioni che sono state spezzate.

La riparazione del danno non è vista nell’ottica di un processo terapeutico ma di un processo legale. L’idea chiave è quella di dare alle persone un vissuto di giustizia. I processi riparativi possono avere forme diverse e, mentre in Irlanda del Nord, i più comuni sono le conference, in Europa sono le mediazioni di reato, molto utilizzate anche nei percorsi all’interno dei nuclei familiari.

Il processo della giustizia riparativa

La comunicazione all’interno del processo di giustizia riparativa segue dei principi che tendono al rafforzamento delle relazioni ed al rispetto reciproco e questi principi possono trovare applicazione con le persone singole, con le famiglie, con le organizzazioni, negli istituti penali, nelle scuole, ovunque vi sia uno scambio relazionale. È importante sottolineare come i processi riparativi siano guidati da solidi valori e come la giustizia ripartiva lavori su questi valori estrapolandone i concetti basati sul rispetto per la dignità umana.

Il secondo valore preso in esame è la solidarietà ovvero, la responsabilità che come cittadini si ha l’uno verso l’altro. La giustizia ripartiva non è solo un approccio individuale ma si basa sulle relazioni e su come queste possano essere rafforzate. La responsabilità che deve assumersi chi ha generato il danno ha una valenza estremamente importante all’interno del processo di giustizia riparativa ed è attraverso i concetti di responsabilità, solidarietà, coesione sociale e verità, che si arriva a quello di giustizia. I concetti esplicitati e la giustizia ottenuta si esprimono attraverso il dialogo tra le persone coinvolte, dialogo teso alla riparazione.

In genere coloro che, avendo commesso un reato o avendo ricevuto un danno, si avvalgono dello strumento della giustizia riparativa, sperimentano meno timore verso l’esperienza negativa così da veder ridotti i sintomi da disturbo post traumatico da stress, gli agiti di rabbia, il bisogno di vendetta così come, risultano essere più sincere le manifestazioni di rimorso e di dispiacere per le azioni commesse. La cosa più importante è il vissuto di soddisfazione nel poter esprimere i propri bisogni, ad esempio il rimorso per l’azione commessa a cui si concatena la percezione di non essere giudicati solo come delle cattive persone. Le ricerche svolte in Europa del Nord evidenziano come il 95% delle promesse di riparazione che l’autore di reato pronuncia nei confronti della vittima vengono mantenute, ciò implica anche una riduzione del tasso di recidiva. La soddisfazione viene espressa anche attraverso la percezione che il percorso intrapreso venga, passo dopo passo, deciso da entrambe le parti in gioco. Il danno viene evidenziato e riparato e questo è ciò che si intende per giustizia riparativa.

 

Responsabilizzazione e narrazione personale

Chi commette un reato viene condannato e passa parte della sua vita in prigione, dove cessa di assumersi la responsabilità di se stesso e dell’altro, passando la maggior parte del tempo con altri autori di reato e discutendo sui valori connessi al crimine, le relazioni con la famiglia e con la realtà sociale esterna vengono interrotti. Tutto ciò comporta l’elevata possibilità che queste persone sviluppino una narrativa di loro stessi come criminali piuttosto che come cittadini. La giustizia riparativa tende invece ad aumentare e rafforzare la socialità umana.

Le persone interrompono il ciclo del crimine quando hanno delle relazioni sociali per loro importanti e la giustizia ripartiva lavora sul rafforzamento delle relazioni. L’altro aspetto che incide sulla riduzione del crimine è il modificare la percezione che si ha di se stessi e del modo in cui ci si narra e si narra la propria vita. La giustizia ripartiva permette una rivalutazione dei propri vissuti e il cambiamento dell’etichetta “deviante” che tiene la persona che ha commesso il danno ancorata alla vecchia percezione di sé. Il processo della giustizia riparativa ha dunque come fondamento lo sviluppo della capacità di dare e chiedere rispetto. Secondo il filosofo Alessandro Ferrara, mentre in termini di sistema criminale si valuta se la persona che ha commesso un reato potrebbe commetterlo nuovamente, nel percorso di giustizia riparativa vengono presi in considerazione i vissuti dei partecipanti e l’elaborazione degli stessi.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica

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Meno condanne più alternative per i minori

Mettiamo alla prova i ragazzi

I comportamenti devianti messi in atto dagli adolescenti possono essere determinati da processi di socializzazione che derivano dalla famiglia e dall’educazione primaria ricevuta. Molto spesso le informazioni veicolate dai mass media circa gli adolescenti che commettono reati sono parziali e slegate dal contesto di riferimento. Questo produce incomprensione del fenomeno o scarsa conoscenza delle implicazioni dello stesso e comporta una progressiva incapacità da parte del singolo individuo e della stessa società di comprendere il minore “deviante”. Viviamo in un contesto di transizione rispetto al fenomeno della devianza in adolescenza. Si assiste infatti ad alcune modifiche positive rispetto agli anni passati, che vedevano il minore trascurato e recluso senza possibilità di presa in carico.

Oggi assistiamo ad una progressiva diminuzione delle segnalazioni all’Autorità Giudiziaria Minorile e ai Servizi della Giustizia Minorile; a una diminuzione degli arresti e dei conseguenti ingressi in Istituto Penale Minorile e ad una maggiore tendenza al collocamento in comunità educativa. Dietro questi cambiamenti vige sicuramente una scelta pedagogica. Il 38% dei minori italiani vengono collocati in comunità e per il 31% è predisposta la permanenza in casa, mentre sono ancora poco frequenti le prescrizioni, applicate solo nel 14% dei casi e la custodia cautelare in Istituto Penale Minorile (IPM), applicata nel 17% dei casi per i minori italiani e nel 31% dei casi per i minori stranieri, per i quali dal 2011 è stata applicata la misura del collocamento in comunità (35%). Queste misure derivano da una maggiore consapevolezza delle condizioni di rischio presenti nei contesti carcerari, quali bullismo, mobbing, inattività forzata e progressivo declino psicofisico. Tutti aspetti maggiormente gravi se pensati in un minore in via di sviluppo.

Il cambiamento è possibile

Assistiamo ad una diminuzione degli ingressi dei minori in IPM, inoltre il numero di ragazzi stranieri è diminuito, al contrario delle ragazze, le quali sono in misura minore italiane. Alla diminuzione degli arresti corrisponde una maggiore presa in carico da parte dell’ ‘U.S.S.M. (Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni). In particolare il collocamento in comunità disposto nell’ambito della messa alla prova è la procedura che ha raggiunto il numero più elevato. Questo atteggiamento denota il riconoscere alla misure alternative un potere trainante di cambiamento che possa essere per il minore un’opportunità che gli permetta di evitare di entrare nel circuito penale.

La comunità è uno strumento educativo che si connota come intermediario fra il minore, la sua famiglia e il contesto e che vede come principale obiettivo quello di accompagnare il minore verso un percorso di crescita, creando e co-costruendo alternative al reato e alla devianza. La comunità educativa investe anche il ruolo di surrogato artificiale di un contesto familiare marginale o assente, facendo le veci della stessa qualora il ragazzo esperisca una condizione di trascuratezza psicologica ed emotiva. Inoltre la comunità oggi deve far fronte anche a problemi psichiatrici e di tossicodipendenza.

Nuove prospettive di dialogo

Il lavoro con i minori in messa alla prova è complesso e non privo di insidie. Sul piano d’intervento da una parte è necessario conoscere e riconoscere i bisogni del minore, dall’altro aiutarlo a stabilire una relazione positiva con il contesto e con le proprie attitudini, passando attraverso molte resistenze e incomprensioni. La messa alla prova non è solo uno strumento alternativo alla pena ma è anche una seconda possibilità che viene fornita ai minori in un’ottica di cambiamento possibile. Il tasso di recidiva per coloro i quali sono stati affidati alla messa alla prova scende di dieci punti percentuali rispetto ai coetanei condannati. Queste evidenze sottolineano ancora una volta la necessità di investire sui minori che hanno carichi penali, ovviamente senza cadere in generalizzazioni e dando la possibilità di cambiare a coloro i quali si impegnano in tal senso.

Tutto ciò si basa soprattutto sul sistema politico, economico e sociale in cui il minore è inserito. Non si può ignorare il welfare che si intreccia inevitabilmente con il sistema giuridico e giudiziario minorile e che non sempre è in grado di fornire le risposte più adeguate al disagio; tuttavia si è sempre più vicini ad una percezione olistica del minore autore di reato. Una visione consapevole del disagio vissuto e della “crisi” che in parte coinvolge il minore e in parte il contesto in cui vive. Questa percezione garantisce anche nuove forme di progettazione e investimento verso una forma di giustizia definita “dialogante”, ossia disposta all’ascolto e allo scambio, in sintonia con l’orientamento di pensiero europeo che promuove e incentiva il cambiamento attraverso programmi di giustizia riparativa.

Riferimenti bibliografici

Mastropasqua, I. & ‎Totaro, M.S. (2015). 2° Rapporto sulla devianza minorile in Italia. Gangemi Editore, Roma.

 

 

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La psicologia dell’ isolamento in carcere: l’esperienza degli Stati Uniti


Il solitary confinement

La dura realtà delle pratiche punitive negli Stati Uniti é un fatto noto. Tra queste, particolare rilievo assume l’isolamento in carcere (solitary confinement). A differenza dei sistemi Europei, negli Stati Uniti l’isolamento é una misura correttiva—quindi non comminata dal giudice come pena—rimessa alla discrezionalità delle amministrazioni e del personale penitenziario con una limitata revisione giudiziaria. In genere l’isolamento é previsto come misura disciplinare (disciplinary segregation) per punire infrazioni delle regole del carcere; come misura di sicurezza (administrative segregation) per allontanare soggetti “pericolosi” dal resto della popolazione carceraria o separare le gangs; e infine come misura protettiva (protective segregation). Una forma particolare di isolamento é data dalle super-max prisons, ossia strutture penitenziarie di massima sicurezza cui vengono assegnati detenuti condannati per delitti più gravi. Le statistiche ufficiali del 2018 riportano un numero pari a 60.000 persone detenute in isolamento.

Le condizioni dell’isolamento in carcere possono essere estremamente rigide. A seconda dello stato e della struttura penitenziaria, una persona può trascorrere minimo 15 giorni, mesi, o addirittura anni senza alcun contatto significativo con il mondo esterno. Le celle dell’isolamento sono generalmente molto strette (ad es., 8 metri quadri) e spoglie, a volte illuminate con luce artificiale 24 ore su 24. A seconda delle regole delle strutture penitenziarie, i detenuti in isolamento hanno diritto a fare esercizio fisico per 3 o 4 ore a settimana in aree separate rispetto al resto della comunità carceraria. Non sempre è prevista la partecipazione in attività ricreative o riabilitative, e gli orari di visita sono generalmente ridotti.

 

Gli effetti psicologici dell’isolamento

Un vastissimo numero di studi psicologici e psichiatrici ha ampiamente documentato gli effetti psicologici e psicopatologici causati dall’isolamento socio-ambientale, soprattutto se di lunga durata. La mancanza di contatto sociale e di stimoli ambientali é stata associata con difficoltà cognitivi come problemi di attenzione e di concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, irritabilità, o paranoia. Inoltre, studi epidemiologici hanno altresì associato tali condizioni con un più elevato rischio di sviluppare malattie fisiche e mentali, nonché con un più alto rischio di mortalità.

Per quanto riguarda il solitary confinement nello specifico, studi comportamentali su soggetti detenuti in isolamento hanno prevalentemente riscontrato i seguenti gli effetti psicopatologici:

  • Distorsioni percettive, illusioni e allucinazioni nella sfera visiva, uditiva, olfattiva
  • Disturbi affettivi, soprattutto ansia e attacchi di panico;
  • Pensieri ossessivi e intrusivi, spesso suicidi, a volte accompagnati da comportamenti compulsive
  • Problemi di memoria, a volte risultanti in stati confusionali
  • Nei casi più gravi, deliri psicotici, spesso di carattere dissociativo

Questi sintomi sono esacerbati in soggetti particolarmente vulnerabili, come le persone affette da  malattie mentali.

Inoltre, molti studi hanno altresì messo in risalto la sostanziale incapacità dell’isolamento a assolvere funzioni di deterrenza speciale, quindi  la prevenzione della recidiva. Infatti, oltre a causare una serie di sintomi psicologici e psicopatologici, l’assenza del contatto sociale per periodi prolungati predispone altresì alla aggressività e alla violenza. Pertanto, e’ stato riscontrato che soggetti detenuti in isolamento presentino un più alto rischio di commettere nuovamente reati dopo essere rientrati in società.

 

Passi in Avanti?

Le condizioni deleterie dell’ isolamento in carcere negli Stati Uniti sono oggetto di continue pressioni da parte della comunità internazionale, che urge l’abolizione o quantomeno drastiche restrizioni dell’isolamento penitenziario, nonché l’implementazione di standard sociali e ambientali che rendano questa pratica meno disumanizzante e degradante. Secondo le Regole delle Nazioni Unite sullo Standard Minimo per il Trattamento dei Prigionieri (Mandela Rules), l’isolamento in carcere non può avere una durata superiore ai 15 giorni. Quando questo limite viene superato, l’isolamento diviene una forma di tortura.

Sulla scia delle forti pressioni della comunità internazionale, associazioni per i diritti civili e per la sorveglianza dei diritti dei detenuti hanno formulato linee guida e raccomandazioni per le singole giurisdizioni e amministrazioni penitenziarie al fine di apportare delle riforme significative ai regimi di isolamento. Oltre a iniziative di carattere associativo e istituzionale, accademici in molte università del Paese—con la collaborazione di attivisti per i diritti dei detenuti—hanno intrapreso progetti di ricerca interdisciplinari volti a mettere in discussione la legittimità del solitary confinement da un punto di vista giuridico, scientifico, sociale, ed etico.

Nonostante queste iniziative e i piccoli margini di miglioramento dei regimi di solitary confinement in alcuni stati negli ultimissimi anni, le condizioni dure dell’isolamento in carcere persistono ancora in un numero abbastanza alto di realtà penitenziarie ed é ancora ritenuta costituzionalmente legittima.

 

Riferimenti bibliografici

  1. American Civil Liberties Union, Solitary Confinement. https://www.aclu.org/issues/prisoners-rights/solitary-confinement
  2. Amnesty International, The Shocking Abuse of Solitary Confinement in US Prisons https://www.amnestyusa.org/the-shocking-abuse-of-solitary-confinement-in-u-s-prisons/
  3. Gordon, S (2014). Solitary Confinement, Public Safety, Recidivism, University of Michigan Journal of Law Reform
  4. Haney, C (2003). Mental Health Issues in Long-Term Solitary and “Super-Max” Confinement, Crime & Delinquency

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