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Memoria autobiografica in adolescenza e testimonianza| Parte Seconda

La distorsione del ricordo

Il contesto relazionale che il bambino vive e le condizioni o le modalità in cui viene ascoltato durante un procedimento giudiziario, condizionano la qualità e l’attendibilità della narrazione dell’evento in causa. Risultano dunque dominanti le variabili esperite nell’atto della testimonianza rispetto a quelle che hanno caratterizzato l’evento su cui si indaga (Mazzoni, 2000; Dettore, Fuligni, 1999; De Leo, Biscione 2001). Poche sono le ricerche che mettono in evidenza, ad oggi,  le differenze che intercorrono tra le influenze che incidono sulla narrazione  in caso di abuso o sospetto abuso, derivanti da lacerazione, conflitto  e dalla separazione dalla famiglia in rapporto a quelle derivanti da ciò che la  testimonianza stessa potrebbe causare (Bruck, Ceci, 1995; Caffo, Camerini, Florit, 2002). In Italia, la competenza di attendibilità della testimonianza del minore viene valutata attraverso l’utilizzo di quesiti durante la fase processuale e non durante la fase preliminare come per esempio negli Stati Uniti. L’attendibilità della testimonianza ingloba l’accuratezza e la credibilità della narrazione dell’evento.

Numerose risultano, invece, le ricerche che sono andate ad indagare la capacità del minore di rendere testimonianza (Dettore, Fuligni, 1999; Mazzoni, 2000; Eisen e coll. 2002), da cui derivano conferme unanimi sulla minor ritenzione in memoria dell’evento rispetto all’adulto,  specialmente quando entrano in gioco  forti componenti emotive come, per esempio, quelle derivanti da reati sessuali ma, in ugual maniera, inferiore è la possibilità del minore di commettere errori di tipo intrusivo. Il rischio delle influenze esterne sul ricordo riprodotto vengono comunque limitate dalla tecnica che viene utilizzata in fase di interrogatorio.

Recuperare l’informazione

Il recupero di un’informazione viene influenzato da diversi fattori, cognitivi e sociali, che potrebbero inficiarne l’accuratezza (Ceci, Bruck, 1995). L’evento ricordato viene ricostruito e non riprodotto nella sua integrità (Batterman-Faunce, Goodman, 1993), inoltre i bambini, in particolare, presentano delle difficoltà legate al tradurre in parole le loro percezioni, al riconoscere la fonte di derivazione del loro ricordo, non riescono a distinguere, cioè, se l’evento che ricostruiscono derivi da un’esperienza realmente vissuta o da un racconto riportato loro (Mazzoni, 2000), nonché nella codifica delle informazioni stesse.

La capacità di richiamo di un’informazione, ossia la modalità in cui liberamente le informazioni giungono alla memoria, è strettamente legata all’età del bambino; si presenta similmente sviluppata alla capacità dell’adulto solo quando il bambino si trova in età scolare. Inoltre, presentano la tendenza a ricordare informazioni che anche se non realmente accadute risultano coerenti con quanto detto loro, in tal caso di parlerà di richiamo rielaborato, evento di natura problematica soprattutto in contesto giudiziario (Mazzoni, 2000, Eisen e coll., 2002), tutto ciò evidenzia come sia facile il verificarsi di distorsioni o l’induzione ad un ricordo mai verificatosi.

La tendenza all’essere suggestionati, nei bambini, sarebbe connessa con la loro minor capacità di ritenzione di informazioni (Brainerd, Reyna, Howe e Kingma, 1990), secondo tale assunto di base, i bambini, tenderebbero ad integrare un ricordo con informazioni false quando, di questo ricordo ne hanno immagazzinato solo pochi elementi, tendono quindi a colmare le lacune con materiale non pertinente. Altre ricerche hanno evidenziato come, la partecipazione attiva, da parte del bambino, all’evento, ne renda il ricordo più accurato e completo dei suoi elementi formativi (Murachver et al., 1996), l’esperire un evento attraverso più modalità percettive eleva la motivazione e l’intensità emotiva favorendo dunque, il processo di acquisizione e la ritenzione delle informazioni (Johnson, 1983; Ratner e Foley, 1994).

 

Sviluppo e miglioramento di tecniche di indagine su minori

Dato il carattere sensibile di questi interrogatori, in Italia, cosi come negli Stati Uniti, Australia ed Inghilterra, si è provveduto all’attuazione di una formula di audizione protetta del minore, inserita durante l’incidente probatorio. Dato l’elevato grado di suggestionabilità del minore, l’ascolto della testimonianza viene video-registrato in un luogo che presenti delle caratteristiche neutre, andando così ad abbassare le fonti di disagio e stress emotivo. La videoregistrazione della testimonianza del minore risponde ad alcuni requisiti importanti; si è evidenziato, infatti come si riducano il numero degli interrogatori di fase pre dibattimentale, si possono osservare peculiarità della comunicazione non verbale ed aumenta l’accuratezza dell’intero processo di indagine, il colloquio video-registrato può essere prodotto in tribunale eludendo dunque la necessità di coinvolgimento “in presentia” della presunta vittima nell’aula di tribunale, ultimo elemento di vantaggio, si rileva nella minor esposizione del minore ad una reiterazione del trauma.

La vicinanza di un parente, o di una persona addestrata a fornire sostegno al minore, durante tutto il colloquio, è consentita cosi come, l’affidare ad un perito esperto la conduzione del colloquio stesso. La scelta di non avvalersi di un luogo neutro per il colloquio testimoniale e di preferire l’aula del Tribunale è condotta sulla scia di preferenza di un predeterminato esito processuale più che sulla tutela verso il minore.

 

Metodologia delle interviste

In accordo con la letteratura scientifica internazionale, (Mazzoni, 2000; Eisen e coll, 2002) durante un interrogatorio è importante tener presente dell’esistenza di alcuni effetti che possono concorrere ad una maggiore o minore accuratezza o inaffidabilità della prova (es. effetto delle induzioni degli stereotipi; effetto del tono emotivo dell’intervistatore; effetto di domande ripetute ecc.), nel colloquio bisogna sempre, oltre che utilizzare dei protocolli standardizzati, dare spazio ad accorgimenti necessari al fine di garantire la massima efficacia alla testimonianza.

Tra i requisiti evidenziati possiamo elencare:

–          l’utilizzo di domande aperte

–          la non insistenza su di un aspetto se il bambino denuncia di non ricordare

–          l’utilizzo di un linguaggio adeguato all’età del minore

–          gratificare il testimone

–          non sollecitare il minore con informazioni avute da altri testimoni

–          non interrompere il minore se non ha concluso il discorso

–          non utilizzare frasi suggestive

–          utilizzare frasi con toni positivi

–          controllare il contesto della meta – comunicazione.

L’utilizzo di linee guida e di interviste investigative strutturate sono necessarie per abbassare il rischio di false denunce o di innescare processi di vittimizzazioni secondarie. In Italia si sta tendendo alla sperimentazione di ulteriori forme di tutela tanto è che, anche nella SIT (raccolta di Informazioni Testimoniali), si prevede l’utilizzo di un esperto che raccolga le evidenze del minore. E’ fondato ritenere che il primo ascolto rappresenti il nodo cruciale per decidere lo sviluppo e l’iter che deve prendere il processo stesso. Esistono tre tecniche investigative utilizzate nei contesti di indagine con minori:

L’Intervista Cognitiva per bambini (Geiselman e coll. 1984) che si basa sulla comunicazione e la memoria, favorendo primariamente un clima emotivo positivo. Vengono utilizzate domande aperte volte alla raccolta delle rappresentazioni mentali che il minore ha riguardo l’evento da indagare, per poi andare a raccogliere eventuali particolari che possono sfuggire. Due sono i processi psicologici sottesi alla procedura; il primo secondo cui, una traccia mnestica  viene recuperata con maggior probabilità se più elementi concorrono al recupero; e la seconda utilizza invece diverse tecniche di recupero cosicché, laddove una fallisse, un’altra potrebbe accedervi.

Vi sono quattro tecniche di rievocazione:

  1. Ricostruzione del contesto fisico e personale esistente al momento dell’evento ed è una strategia basata sul principio di specificità della codifica di Tulving: il recupero dell’informazione viene aumentato dal ritorno alla situazione in cui è avvenuta la codifica.
  2. Si chiede di riportare anche le informazioni parziali che potrebbero collegarsi con le narrazioni di altri testimoni.
  3. Si chiede di procedere alla narrazione seguendo ordini diversi che possono andare dalla fine all’inizio dell’evento.
  4. Si chiede all’intervistato di narrare utilizzando punti di vista differenti con lo scopo di aumentare i dettagli riportati . Le altre due tecniche investigative sono:

La Step Wise Interview, (Yuille e coll. 1987) utilizzata con i bambini che hanno meno di 8 anni e combina le tecniche conosciute di richiamo delle informazioni con le conoscenze sullo sviluppo della memoria nel bambino. Trattasi di un metodo non direttivo e non suggestivo, inizia con domande aperte e via via sempre più focalizzate sull’accaduto.

L’Intervista Strutturata che risulta essere particolarmente adatta, anche questa, a bambini al di sotto degli otto anni, si presenta come più semplice di quella cognitiva e richiede meno tempo. Si svolge attraverso la richiesta rivolta al bambino, di sviluppare, per due volte consecutive, un racconto libero dell’accaduto senza far ricorso a mnemotecniche.

Scritto in collaborazione con la Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica 

Riferimenti bibliografici

Batterman- Faunce J. M., Goodman G. S. (1993), “Effects of context on the Accuracy and Suggestibility of Child Witnesses”, in Goodman G.S., Bottoms B.L., Child Victim, Child Witness: Undertanding and Improving Testimony, Guilford Press, NY, USA.

Brainerd C. J., Reyna V. F., Howe M. L. & Kingma J. (1990), “Development of forgetting and reminiscence”, Monographs of the Society for Research in Child Development, 55 (3-4, Serial No. 222).

Bruck M., Ceci S. J. (1997), “The suggestibility of young children”, Psychological Science, 6: 75-78.

Caffo E., Camerini G.B., Florit G. (2002), Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia, McGraw-Hill, Milano.

Ceci S. e Bruck M. (1993), “Suggestionability of the child witness: A historical review and synthesis”, Psychological Bulletin, 113: 403-439.

De Leo G., Biscione M.C. (2001), “Problemi di metodo nelle consulenze tecniche per la valutazione dell’attendibilità delle testimonianze dei minori abusati”, in Difendere, valutare e giudicare il minore, Giuffrè, Milano.

Dettore D., Fuligni C. (1999), L’abuso sessuale sui minori, Mc Graw.Hill, Milano.

Eisen M.L., Quas J. A., Goodman G. S. (2002), Memory and Suggestibility in the Forensic Interview, Laurence Erlbaum Associates NY, USA.

Geiselman R.E., Fisher R.E. et al., Eyewitness memory enhancement in the cognitive interview, in American Journal of psychology, 99, 1986, pp. 386-401

Geiselman R.E., Padilla J., Interviewing child witness with the cognitive interview, in Journal of  Police Science Administration, 16, 1988, pp.236-242

Johnson M. K. (1983), A multiple-entry, modular memory system, in G.H. Bower (Ed.), The psychology of        learning and motivation: Advances in research theory (Vol. 17, pp. 81-123), New York, Academic Press.

Mazzoni G. (a cura di) (2000), La testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori, Giuffrè, Milano.

Murachver T., Pipe M.-E., Gordon R., Owens J.L. & Fivush R. (1996), “Do, show and tell: Children’s event         memories acquired through direct experience, observation, and stories”, Child Development, 67: 3029-3044.

Ratner H. H. & Foley M.A. (1994), “A unifying framework for the development of children’s activity memory”. in        H. W. Reese (Ed.) Advances in Child Development, (Vol. 25, pp. 33 – 105), San Diego, CA: Academic Press.

Yuille J.C., Farr V. (1987), “Statement validity analysis: A systematic approach to the assessment of children’s allegations of child sexual abuse”, British Columbia Psychologist, 19-27.

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adolescenza

Memoria autobiografica in adolescenza e testimonianza|Parte Prima

Cambia il pensiero da adolescenti?

L’adolescenza rappresenta un periodo di intenso cambiamento per i ragazzi/e che si affacciano al mondo. Secondo la visione di Erickson il giovane è impegnato nell’acquisizione della propria identità personale e sessuale, da contrapporre alla confusione che si può generare da uno smarrimento della traiettoria di uno sviluppo ottimale. Piaget, identifica nell’adolescenza una fase di acquisizione dello sviluppo del pensiero  formale che permette di formulare ipotesi non sorrette da oggettività. Hall identifica la fase adolescenziale come un momento di “storm and stress” in cui si vivono tempeste emozionali, prime esperienze sentimentali e si è proiettati verso nuove mete e nuove sfide. Ecco che infatti il bambino che si affaccia al mondo adulto si trova ad affrontare dei compiti di sviluppo  (Havighurst,1952)  o una successione di “sfide” (Blos, 1962).
Questi cambiamenti di orientamento cognitivo, di interessi e di comportamento si iniziano a verificare a partire dagli 11 – 12 anni ( B. Inhelder e J.Piaget , 1955) in cui si delineano:  l’apertura del pensiero sul possibile, la formulazione e l’uso di ipotesi, l’interesse verso il pensiero ed un maggior egocentrismo.

Indagine sulle trasformazioni attraverso la narrazione

Sulle linee guida di un esperimento condotto nel 1980 da J.C. Coleman, è stata proposta un’indagine rivolta ad un campione di adolescenti formato da :
  • 11  soggetti maschi di età compresa tra i 13 e i 15 anni;
  • 30 soggetti femmine di età compresa tra i 13 e i 15 anni;
  • 49 soggetti maschi di età compresa tra i 16 e i 21 anni
  • 30 soggetti femmine di età compresa tra i 15 e i 18 anni.
con l’obiettivo di indagare la modificazione e l’evoluzione da pensiero concreto ad astratto. Ai soggetti è stato proposto un compito narrativo la cui traccia è la seguente: “Si dice che durante l’adolescenza si verifica un cambiamento nel modo in cui si pensa e si riflette sulle cose. Hai mai notato qualche cosa di simile in te stesso ? Descrivi nella maniera più dettagliata possibile questi cambiamenti eventualmente facendo degli esempi”.
La narrazione rappresa uno strumento utile per la ricostruzione della propria biografia,  “ L’opera è il primo studio dei procedimenti cognitivi adottati per far affiorare alla memoria i momenti salienti della propria storia” (Demetrio, 2000: p. 216), e nell’adolescenza l’impegno si concretizza nel dare senso e significato al percorso sulla costruzione del sé, alle proprie modificazioni corporee, al rapporto con i pari, alla scelta del partner, alla relazione con i genitori e gli altri membri del nucleo familiare, alle attività scolastiche ecc..

Principali risultati

I pensieri  spontanei emersi maggiormente  dal gruppo di partecipanti sono stati :
  • affermazioni sulle proprie aumentate capacità di sperimentare  “maggiore responsabilità”, “maggiore attenzione” e anche  “maggiore riflessione sui problemi e sulle conseguenze delle proprie azioni”.
  • L’avvertire una sostanziale differenza da quando erano bambini e pensavano in modo  “più spensierato”, “più incosciente”, “senza un vero approccio con la realtà perché si sentivano più protetti”.
  • Riflessioni generali  sull’adolescenza e nel rapporto con gli amici.
I partecipanti più adulti, del gruppo preso in esame, hanno evidenziato maggiori  capacità di essere responsabili, di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di interagire con il prossimo mostrando maggiore diffidenza.
Si  evidenzia un aumento di importanza dato al contesto sociale, alla progettazione del proprio futuro, all’apparire e al bisogno di ottenere conferme, soprattutto da parte dei/ delle ragazzi/ragazze più grandi di età, mentre vengono messi in secondo piano i rapporti con l’altro sesso.
Inoltre, mentre i soggetti più grandi, del gruppo di indagine, avevano maggiori capacità di espressione, sia a livello di contenuto che di varietà di idee, rispetto al tema proposto, i ragazzi/ e più giovani (13/15 anni), presentavano una evidente limitazione di contenuti e di varietà di idee. L’ ultima evidenza sottolinea una maggior produzione letteraria delle ragazze rispetto ai ragazzi con frequenza elevata di esempi  inerenti “idee confuse”, “tristezza” e “cambiamenti di umore”.
La transizione, verso l’età adulta, determina quello che potremmo definire un vero e proprio “lutto” con annessi tutti i sentimenti di smarrimento che si possono sperimentare capendo di non appartenere più al mondo dei bambini ma dall’essere ancora lontani dal potersi considerare degli adulti. Il gruppo dei pari viene a rappresentare uno dei luoghi elitari dove potersi confrontare e costruire la propria nuova immagine. In questo turbinio di esperienze cercate e non, la famiglia rappresenta un nucleo che può offrire sostegno e comprensione.

L’importanza della narrazione

L’indagine condotta con gli adolescenti evidenzia la sua importanza nel rilevare come lo strumento linguistico sia uno degli strumenti adoperati per inserire progressive esperienze individuali in categorie comportamentali sempre più ampie ed articolate. Il linguaggio verbale fornisce lo strumento per la decodifica e la codifica di esperienze intersoggettive che divengono la base per una successiva organizzazione logico – scientifica. I successivi passaggi consentono la formazione dell’identità personale che potremmo definire memoria autobiografica. La visione prospettica e quella relazionale consentono inoltre, al bambino in evoluzione, di fissare i propri ricordi, le rilevanze del proprio mondo interno ed esterno creando una connessione, che si evolve di continuo, tra la propria identità e quella degli altri tanto da sviluppare, sempre più, l’identità sociale. La narrazione, dunque, assumerà aspetti diversi a seconda della tappa di sviluppo del soggetto. La progressione della capacità cognitiva permette l’utilizzo dell’astrazione e dona il “senso” alle interpretazioni della realtà vissuta.
Il ripercorrere “narrativamente” la propria quotidianità , raccontando e rievocando gli avvenimenti, adoperando  il   il “chi”, il “cosa”, il “come”, il “dove”, il “quando” e il “perchè” delinea la propria storia. Sono diversi gli studi che hanno evidenziato come  l’abitudine alla narrazione  produce nel bambino un aumento delle  capacità di ricordo degli eventi vissuti. La memoria autobiografica, dunque,  può essere definita come una costruzione mediata e differenziata: uno stesso evento può essere interpretato come “piacevole” o “spiacevole”, ogni evento, dunque, verrà “personalizzato” da centrazioni cognitive complementari, opposte e dicotomiche, alternative, ecc..  questa “capacità” sembra già essere attiva intorno ai 4 mesi di vita come dimostrato da studi di laboratorio (es. Rovee-Collier e Hayne, 1987) ma nonostante tali evidenze risulta tutt’oggi difficile riuscire a discriminare  ricordi di esperienze precoci vissuti da script di sequenze di azioni standard, ovvero quando un ricordo è prodotto dalla memoria generale da quello di fatti realmente accaduti  (memoria episodica specifica).
Scritto con la collaborazione di Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica.
Riferimenti bibliografici
Blos P. (1962), L’adolescenza in una prospettiva psicoanalitica, Milano, Angeli.
 Demetrio D. (1996), Raccontarsi. L’autobiografia come curadi sè, Cortina, Milano.
Hall, G.S. (1904), Adolescence, Its Psychology and Its Relations to Physiology, Anthropology, Sociology, Sex, Crime, Religion and Education, Appleton & Co.,London.
Havighurst R.J. (1952), Developmental tasks and education, Davis McKay, New York.
Inhelder, B., Piaget, J., (1955), Dalla logica del fanciullo alla logica dell’adolescente
Rovee-Collier C. e Haine H. (1987), “Reactivation of infant memory: Implications for cognitive development”, in H.W. Reese (a cura di) Advances in child development and behavior (20: 185 – 283), Academic Press, New York.

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giustizia

Giustizia tradizionale e Giustizia Riparativa a confronto

Il processo di  Giustizia Riparativa

Nel processo di giustizia riparativa è l’eventuale richiesta della vittima di non procedere con ulteriori punizioni che motiva il giudice a non condannare l’autore di reato, anche nel caso di reati molto gravi. All’interno della conference si ha la possibilità di richiedere anche una pena detentiva. L’effetto prodotto durante le conference è quello di immedesimazione della vittima nel reo e del reo nella vittima valutando quindi, anche le reciproche responsabilità. La persona che ha commesso il reato può decidere di avvalersi anche di un avvocato che sarà presente solo per garantire la non violazione dei diritti del proprio assistito. Risulta essere dunque un processo strutturato da entrambe le parti per l’assunzione di responsabilità e l’avvio di un dialogo per l’ottenimento di un accordo.

A differenza della giustizia riparativa, il sistema di giustizia tradizionale tende a separare le persone producendo dei risultati altamente negativi. Questo infatti separa le persone dall’evento negativo che hanno vissuto producendo uno scollamento che rende la vittima invisibile al sistema, inoltre il reato è sempre evidenziato come evento negativo e mai contestualizzato. I media e la politica sottolineano la sensazionalità del reato, Il significato dunque che assume un crimine veicola con sé un sistema di pregiudizi difficili da eliminare. Inoltre il sistema classico tende a guardare il crimine in termini di prove, si ha dunque bisogno di prove che avvalorino l’infrazione alla legge e di conseguenza che le medesime prove indichino il responsabile. L’autore del reato è valutato per ciò che ha fatto.

 

Creare ponti invece che muri

Nel sistema tradizione si prende in carico l’autore di reato in termini punitivi senza considerare chi ha subito il danno. La vittima tende a scomparire dalla scena del crimine pur rappresentandone la parte più importante. Sembra che le nostre società vogliano immunizzarsi dai rischi, dalle paure e dalle sfide che si presentano, costruendo muri per tenere al di là tutti coloro che non ne fanno parte o muri di carceri per tenere dentro i “soggetti” da allontanare. Il sistema ingloba dunque il “criminale” all’interno della propria narrativa deviante, all’interno del suo stesso reato. Il paradosso si manifesta allorché se il criminale da una parte fa paura e va allontanato, la vittima al contempo scompare dal processo di giustizia e continua a trascinarsi la propria sofferenza mai elaborata. Il danno generato incastra, dunque, al suo interno, vittima ed autore del crimine.

Molte sono le evidenze di percezioni negative rispetto alla società in cui vivono che provengono da persone che hanno subito un crimine, mentre il criminale, essendo consapevole del giudizio negativo che si porta dietro, tende a distorcere la propria visione sociale per rispondere all’etichetta ricevuta. La vittima e l’autore del reato non utilizzano le risorse che la società mette loro a disposizione per consentirgli di condurre una vita attiva e produttiva. L’obiettivo della giustizia riparativa è quello, dunque, di lavorare tra la rottura e le fratture della società, le fratture fra vittima ed attore, fra uomini e donne, fra differenti culture, fra poveri e ricchi.

La narrazione

La narrativa della giustizia riparativa si dipana nel vedere insieme la persona danneggiata e l’autore del danno, nel riscrivere insieme le loro storie, nel decidere cosa deve essere fatto e nel “lasciarle libere” di continuare la propria vita come hanno deciso, non essendo più dominati dall’evento dannoso. Più il danno prodotto è importante e più c’è la necessita di mettere un punto alla storia che lo ha generato e lasciare andare avanti le persone senza che si identifichino più come vittima o criminale. Attraverso la riconnessione del vissuto interiore con quello esteriore gli attori del processo hanno la possibilità di raccontare la loro storia, con le loro parole e nel modo che reputano più opportuno, liberi di esprimersi. In questi termini il facilitatore tende di comprendere e portare in luce il vissuto dei protagonisti. Non ci si pone la domanda “che cosa è che non va in te?” Ma “che cosa è importante per te?”.

Se si parte dal presupposto che è la persona a rappresentare il problema, come avviene nel sistema tradizionale, si sviluppa inevitabilmente un sentimento di vergogna che a sua volta crea lo stigma e la paura. Questo processo avviene, spesso, nei casi di violenza di genere laddove alle vittime viene rimproverato di essere vittime. Allo stesso modo in cui, chi commette il reato non deve assumere l’identità di criminale, la vittima non deve assumere l’identità di vittima. Le nostre società, purtroppo, sono fortemente basate sul processo di colpevolizzazione.

Nel processo della giustizia riparativa il sentimento di vergogna non è identificato sulla persona ma su ciò che quella persona ha commesso, l’attore è quindi invitato ad esprimere i propri sentimenti in merito all’accaduto.  Secondo la tecnica del kintsugi, un danno non deve essere riparato alla perfezione ma, se ne devono evidenziare le fratture, riunite con materiali preziosi. Il danno in questo modo non viene nascosto ma evidenziato nella sua potenza e nella sua importanza. Questo viene infatti rigenerato in tutta la sua bellezza, come si ricostruiscono i rapporti e si superano i traumi.

La conference e la single story

Una conferenza riparativa consta di una pre-conference in cui si procede alle fasi di inclusione, della conference che valuta il vissuto dei partecipanti e i processi decisionali e si conclude con il percorso di trasformazione. In questo processo, nodo importante risulta essere la consapevolezza del facilitatore sulla qualità di relazioni che instaurerà con tutte le persone presenti. Il danno viene valutato secondo due parametri, il primo si basa sulla responsabilità dell’autore del reato ed il secondo riguarda l’interruzione del circolo vizioso del reato.

La maggior probabilità di risolvere un problema si manifesta quando tutte le persone incluse nell’evento raggiungono insieme una soluzione di reciproca soddisfazione. Il ruolo del facilitatore è paragonabile ad una solida impalcatura. Il facilitatore costruisce l’impalcatura ma tutto il lavoro di riparazione del danno viene eseguito da coloro che lo hanno generato o subito. Non è il facilitatore a creare il risultato ma il suo obiettivo è quello che gli attori raggiungano l’accordo in totale autonomia, sorretti dall’impalcatura. Entrambe le storie, della vittima e dell’autore del reato, sono storie vere ma prese singolarmente risultano essere incomplete, il processo riparativo dunque si pone l’obiettivo di creare la storia condivisa. È importante, in questo processo, evidenziare i dettagli di tutta la storia e questo è un modo per far capire che ciò che è successo è importante. Attraverso il dettaglio si evidenziano le richieste dei partecipanti, i loro bisogni, cosa si desidera e cosa si vuole che gli altri sappiano.

La vergogna e il bisogno di rispetto sono elementi presenti nel processo. È importante chiedere il significato della parola rispetto, della parola giustizia, della sicurezza e del controllo e solo chi ha prodotto il danno può rispondere e rispondere alla richiesta della persona danneggiata. Risulta necessaria, dunque, una forma di dialogo che possa incontrare questi bisogni e rispondere a questi significati.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica

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conference

Restorative justice & restorative conference

Giustizia riparativa e tipologie di reati

Le ricerche hanno evidenziato come la giustizia riparativa sia più efficace se applicata a reati di maggiore gravità. Il professore Tim Champan durante il seminario “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha portato una testimonianza che riguarda il suo paese. In Irlanda del Nord tutti i casi possono essere trattati con la giustizia ripartiva tranne gli omicidi e i reati legati al terrorismo, i tassi di recidiva sono molto più bassi per i reati più gravi rispetto a quelli meno gravi.

Un tema che richiede estrema sensibilità e competenza per potere essere gestito è quello dei reati sessuali, nello specifico dell’uomo sulla donna. Il mondo femminista risulta essere molto critico verso l’utilizzo della giustizia ripartiva poiché, essendo questi reati innescati dal bisogno dell’uomo di avere potere e controllo sulla donna, alcuni ritengono che le donne in un incontro equo e paritario, si troverebbero ad essere ulteriormente danneggiate, vittimizzate e sottoposte a controllo. Questo è un tema molto attuale e che richiede ulteriori studi dal momento che, con strumenti tradizionali, non si ottengono i risultati sperati.

 

La giustizia riparativa in Irlanda

L’Irlanda è un paese in cui la giustizia riparativa è nata da un bisogno generato dai continui conflitti presenti e dal voler trovare soluzioni alternative al circolo vizioso del crimine. Nelle comunità operaie locali sono nati molti progetti basati sulla giustizia riparativa e molti di questi sono portati avanti da persone della comunità che in passato hanno vissuto l’esperienza del carcere e che ora credono fermamente nel processo riparativo. I metodi di questo processo vengono introdotti anche nelle scuole per produrre un cambiamento, dalla cultura della punizione al rispetto e alla reciprocità.  Evidenze scientifiche denunciano come questo spostamento del focus dalla punizione al rispetto, abbia ridotto situazioni di conflitto, esplosioni di rabbia e bullismo ed aumentato il livello di performance scolastica e il rendimento. Tutto il personale che lavora nelle case famiglia Irlandesi si rapporta con i bambini affidati in modalità riparativa ed inoltre, i bambini seguono un processo di restorative conference che permette loro di rapportarsi al conflitto in modo diverso da quello che conoscono.

Nell’Irlanda del Nord il Processo di Giustizia Ripartiva è già introdotto all’interno del contesto sociale, tanto che è obbligatorio offrire a tutti ragazzi che commettono un reato e di cui si assumono la responsabilità, un processo di restorative conference. Questo significa che il minore non entra nel circuito penale e ha al contempo che ha la possibilità di assumersi la responsabilità delle azioni commesse. Solo i reati più gravi vengono segnalati contemporaneamente per la restorative conference e al Tribunale.

 

Nel circuito penale

All’interno delle carceri vengono applicati i processi di giustizia ripartiva quando il reato è commesso all’interno della struttura o quando la vittima decide di incontrare l’autore del reato. In Irlanda del Nord, negli ultimi quindici anni, da quando è entrata in vigore questa legge sono state svolte 22.000 restorative conference che hanno coinvolto il ragazzo che ha commesso il reato con la propria famiglia, la vittima con la propria famiglia, amici, sostenitori, rappresentanti della comunità e tutti i professionisti che sono stati rilevanti durante il percorso.

Da questi dati si può dedurre che almeno 1 persona su 20 sia stata coinvolta in un percorso di giustizia riparativa. L’Irlanda del Nord era una società con un sistema punitivo estremamente severo, le carceri ed i ragazzi reclusi erano centinaia. Oggi i minori reclusi sono 5/6 al massimo e il livello di carcerazione è più basso di quanto non avvenga in Scozia o in Inghilterra.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, psicologo clinico

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giustizia

Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile

Il 22/06/2019 alle 10:00 – 17:00 ha avuto luogo l’incontro “Restorative Justice: esplorare le pratiche riparative per una giustizia inclusiva e responsabile” presso Ordine degli Psicologi del Lazio.

Relatori Patrizia Patrizi & Tim Chapman 

Il professore Tim Chapman, studioso di fama internazionale, direttore del Master in Restorative Practices dell’Università  di Ulster (Irlanda del Nord) e presidente dell’ European Forum for Restorative Justice, discute delle implicazioni pratiche della giustizia riparativa, portando alla luce considerazioni sull’importanza della collaborazione e del superamento dei confini e dei pregiudizi, per svolgere un lavoro che veda la giustizia partecipe e presente nel processo di cambiamento.

Quale giustizia?

Come è noto, le procedure della giustizia tradizionale tendono ad espropriare le parti in conflitto dei loro stessi vissuti e conflitti, poiché questi vengono gestiti dal Giudice designato e/o dall’avvocato delegato. L’espropriazione di questi vissuti, anche se traumatici, porta i protagonisti della vicenda  ad una mancata elaborazione di quanto accaduto. Nel contesto della giustizia riparativa risulta utile l’introduzione della figura del facilitatore, figura che si pone in sostituzione del mediatore. Sappiamo che la mediazione è una  specifica tecnica mentre la facilitazione si pone alla base del processo di giustizia, in questo caso definita riparativa, nel restituire alle persone i loro conflitti  e nel poterli rielaborare.

Il Prof. Tim Chapman ha lavorato per lungo tempo nel sistema della giustizia criminale ponendosi come obiettivo la riabilitazione delle persone che, commettendo reati, non hanno mai avuto assunto la prospettiva delle loro vittime. Conoscendo il processo della giustizia ripartiva egli ha potuto prendere consapevolezza di un’altra modalità di intervento, andando così a colmare il vuoto presente nella sua pratica tanto da investire i vent’anni successivi nella ricerca e nell’insegnamento della pratica della giustizia riparativa.

Giustizia Riparativa

La giustizia riparativa è un approccio inclusivo, pronto a fronteggiare il danno o il rischio di danno, coinvolgendo tutto e tutti coloro che ne sono toccati, per raggiungere un’intesa comune ed un accordo su come il danno o il torto può essere riparato. Esistono due aspetti essenziali del processo della giustizia riparativa. Il primo è la partecipazione delle persone, vittime o autori di reato, all’intero dell’iter processuale. Il secondo punto è la non focalizzazione sul soggetto che ha commesso un reato o infranto una legge ma, sul danno generato. Il fine è il raggiungimento di un accordo su ciò che può essere fatto per cercare di ricostruire le relazioni che sono state spezzate.

La riparazione del danno non è vista nell’ottica di un processo terapeutico ma di un processo legale. L’idea chiave è quella di dare alle persone un vissuto di giustizia. I processi riparativi possono avere forme diverse e, mentre in Irlanda del Nord, i più comuni sono le conference, in Europa sono le mediazioni di reato, molto utilizzate anche nei percorsi all’interno dei nuclei familiari.

Il processo della giustizia riparativa

La comunicazione all’interno del processo di giustizia riparativa segue dei principi che tendono al rafforzamento delle relazioni ed al rispetto reciproco e questi principi possono trovare applicazione con le persone singole, con le famiglie, con le organizzazioni, negli istituti penali, nelle scuole, ovunque vi sia uno scambio relazionale. È importante sottolineare come i processi riparativi siano guidati da solidi valori e come la giustizia ripartiva lavori su questi valori estrapolandone i concetti basati sul rispetto per la dignità umana.

Il secondo valore preso in esame è la solidarietà ovvero, la responsabilità che come cittadini si ha l’uno verso l’altro. La giustizia ripartiva non è solo un approccio individuale ma si basa sulle relazioni e su come queste possano essere rafforzate. La responsabilità che deve assumersi chi ha generato il danno ha una valenza estremamente importante all’interno del processo di giustizia riparativa ed è attraverso i concetti di responsabilità, solidarietà, coesione sociale e verità, che si arriva a quello di giustizia. I concetti esplicitati e la giustizia ottenuta si esprimono attraverso il dialogo tra le persone coinvolte, dialogo teso alla riparazione.

In genere coloro che, avendo commesso un reato o avendo ricevuto un danno, si avvalgono dello strumento della giustizia riparativa, sperimentano meno timore verso l’esperienza negativa così da veder ridotti i sintomi da disturbo post traumatico da stress, gli agiti di rabbia, il bisogno di vendetta così come, risultano essere più sincere le manifestazioni di rimorso e di dispiacere per le azioni commesse. La cosa più importante è il vissuto di soddisfazione nel poter esprimere i propri bisogni, ad esempio il rimorso per l’azione commessa a cui si concatena la percezione di non essere giudicati solo come delle cattive persone. Le ricerche svolte in Europa del Nord evidenziano come il 95% delle promesse di riparazione che l’autore di reato pronuncia nei confronti della vittima vengono mantenute, ciò implica anche una riduzione del tasso di recidiva. La soddisfazione viene espressa anche attraverso la percezione che il percorso intrapreso venga, passo dopo passo, deciso da entrambe le parti in gioco. Il danno viene evidenziato e riparato e questo è ciò che si intende per giustizia riparativa.

 

Responsabilizzazione e narrazione personale

Chi commette un reato viene condannato e passa parte della sua vita in prigione, dove cessa di assumersi la responsabilità di se stesso e dell’altro, passando la maggior parte del tempo con altri autori di reato e discutendo sui valori connessi al crimine, le relazioni con la famiglia e con la realtà sociale esterna vengono interrotti. Tutto ciò comporta l’elevata possibilità che queste persone sviluppino una narrativa di loro stessi come criminali piuttosto che come cittadini. La giustizia riparativa tende invece ad aumentare e rafforzare la socialità umana.

Le persone interrompono il ciclo del crimine quando hanno delle relazioni sociali per loro importanti e la giustizia ripartiva lavora sul rafforzamento delle relazioni. L’altro aspetto che incide sulla riduzione del crimine è il modificare la percezione che si ha di se stessi e del modo in cui ci si narra e si narra la propria vita. La giustizia ripartiva permette una rivalutazione dei propri vissuti e il cambiamento dell’etichetta “deviante” che tiene la persona che ha commesso il danno ancorata alla vecchia percezione di sé. Il processo della giustizia riparativa ha dunque come fondamento lo sviluppo della capacità di dare e chiedere rispetto. Secondo il filosofo Alessandro Ferrara, mentre in termini di sistema criminale si valuta se la persona che ha commesso un reato potrebbe commetterlo nuovamente, nel percorso di giustizia riparativa vengono presi in considerazione i vissuti dei partecipanti e l’elaborazione degli stessi.

 

Scritto in collaborazione con Maria Luisa Galli, dottore in psicologia clinica

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minore

Meno condanne più alternative per i minori

Mettiamo alla prova i ragazzi

I comportamenti devianti messi in atto dagli adolescenti possono essere determinati da processi di socializzazione che derivano dalla famiglia e dall’educazione primaria ricevuta. Molto spesso le informazioni veicolate dai mass media circa gli adolescenti che commettono reati sono parziali e slegate dal contesto di riferimento. Questo produce incomprensione del fenomeno o scarsa conoscenza delle implicazioni dello stesso e comporta una progressiva incapacità da parte del singolo individuo e della stessa società di comprendere il minore “deviante”. Viviamo in un contesto di transizione rispetto al fenomeno della devianza in adolescenza. Si assiste infatti ad alcune modifiche positive rispetto agli anni passati, che vedevano il minore trascurato e recluso senza possibilità di presa in carico.

Oggi assistiamo ad una progressiva diminuzione delle segnalazioni all’Autorità Giudiziaria Minorile e ai Servizi della Giustizia Minorile; a una diminuzione degli arresti e dei conseguenti ingressi in Istituto Penale Minorile e ad una maggiore tendenza al collocamento in comunità educativa. Dietro questi cambiamenti vige sicuramente una scelta pedagogica. Il 38% dei minori italiani vengono collocati in comunità e per il 31% è predisposta la permanenza in casa, mentre sono ancora poco frequenti le prescrizioni, applicate solo nel 14% dei casi e la custodia cautelare in Istituto Penale Minorile (IPM), applicata nel 17% dei casi per i minori italiani e nel 31% dei casi per i minori stranieri, per i quali dal 2011 è stata applicata la misura del collocamento in comunità (35%). Queste misure derivano da una maggiore consapevolezza delle condizioni di rischio presenti nei contesti carcerari, quali bullismo, mobbing, inattività forzata e progressivo declino psicofisico. Tutti aspetti maggiormente gravi se pensati in un minore in via di sviluppo.

Il cambiamento è possibile

Assistiamo ad una diminuzione degli ingressi dei minori in IPM, inoltre il numero di ragazzi stranieri è diminuito, al contrario delle ragazze, le quali sono in misura minore italiane. Alla diminuzione degli arresti corrisponde una maggiore presa in carico da parte dell’ ‘U.S.S.M. (Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni). In particolare il collocamento in comunità disposto nell’ambito della messa alla prova è la procedura che ha raggiunto il numero più elevato. Questo atteggiamento denota il riconoscere alla misure alternative un potere trainante di cambiamento che possa essere per il minore un’opportunità che gli permetta di evitare di entrare nel circuito penale.

La comunità è uno strumento educativo che si connota come intermediario fra il minore, la sua famiglia e il contesto e che vede come principale obiettivo quello di accompagnare il minore verso un percorso di crescita, creando e co-costruendo alternative al reato e alla devianza. La comunità educativa investe anche il ruolo di surrogato artificiale di un contesto familiare marginale o assente, facendo le veci della stessa qualora il ragazzo esperisca una condizione di trascuratezza psicologica ed emotiva. Inoltre la comunità oggi deve far fronte anche a problemi psichiatrici e di tossicodipendenza.

Nuove prospettive di dialogo

Il lavoro con i minori in messa alla prova è complesso e non privo di insidie. Sul piano d’intervento da una parte è necessario conoscere e riconoscere i bisogni del minore, dall’altro aiutarlo a stabilire una relazione positiva con il contesto e con le proprie attitudini, passando attraverso molte resistenze e incomprensioni. La messa alla prova non è solo uno strumento alternativo alla pena ma è anche una seconda possibilità che viene fornita ai minori in un’ottica di cambiamento possibile. Il tasso di recidiva per coloro i quali sono stati affidati alla messa alla prova scende di dieci punti percentuali rispetto ai coetanei condannati. Queste evidenze sottolineano ancora una volta la necessità di investire sui minori che hanno carichi penali, ovviamente senza cadere in generalizzazioni e dando la possibilità di cambiare a coloro i quali si impegnano in tal senso.

Tutto ciò si basa soprattutto sul sistema politico, economico e sociale in cui il minore è inserito. Non si può ignorare il welfare che si intreccia inevitabilmente con il sistema giuridico e giudiziario minorile e che non sempre è in grado di fornire le risposte più adeguate al disagio; tuttavia si è sempre più vicini ad una percezione olistica del minore autore di reato. Una visione consapevole del disagio vissuto e della “crisi” che in parte coinvolge il minore e in parte il contesto in cui vive. Questa percezione garantisce anche nuove forme di progettazione e investimento verso una forma di giustizia definita “dialogante”, ossia disposta all’ascolto e allo scambio, in sintonia con l’orientamento di pensiero europeo che promuove e incentiva il cambiamento attraverso programmi di giustizia riparativa.

Riferimenti bibliografici

Mastropasqua, I. & ‎Totaro, M.S. (2015). 2° Rapporto sulla devianza minorile in Italia. Gangemi Editore, Roma.

 

 

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adolescente

Disagio e difficoltà dei giovani

Il concetto di disagio

La società attuale è caratterizzata da una forte complessità. Tale complessità è percepita e vissuta dai giovanissimi con un senso di irrequietezza e smarrimento. Sensazioni che si traducono spesso in azioni rischiose o illecite. L’identità personale elaborata dai giovani è oggi caratterizzata da incertezza, disordine e incapacità di relazionarsi adeguatamente all’altro. Tale prospettiva è indice di disagio, termine che indica una situazione di sofferenza e malessere e che può manifestarsi a livello individuale, sociale, familiare e amicale. Il disagio implica una progressiva chiusura in sé stessi e una ricerca di confronto e conforto da agenti esterni che possono essere rappresentati dal gruppo dei pari a volte o da condotte specifiche di comportamento, che garantiscano l’aderenza e l’appartenenza a qualcosa. Per l’adolescente che prova un forte senso di disagio non è l’azione ad essere rivestita di significato ma la motivazione sottesa.

Per tale motivo non sempre è possibile parlare di scelta consapevole da parte dei giovani nei confronti delle azioni illecite. La valutazione delle conseguenze è a volte poco chiara. Inoltre l’adolescente che non percepisce dei forti legami sociali e familiari potrebbe essere più propenso alla scelta di determinati comportamenti e potrebbe non avere un supporto o un sostegno tali da motivarlo in senso contrario. Il concetto di disagio è stato esplorato dalla pedagogia e dalla psicologia ed è una condizione che deriva da percezioni soggettive. Il disagio può essere percepito dalle altre persone ma non sempre è chiaramente visibile. Molti adolescenti conducono vite parallele e tengono testa alla duplicità delle realtà che si sono costruiti, l’una da figlio e studente modello, l’altra totalmente opposta. Entrare in contatto con i giovani non è semplice soprattutto quando si sentono vulnerabili e nascondono un disagio.

Come si esprime il malessere 

Il disagio ha molte facce, la sociologia ha posto l’accento sulle problematiche relazionali fra l’individuo e il suo contesto, diversamente dalla criminologia che ha spostato il focus su concetto di rottura del patto sociale e devianza dalla norma che comporta lo stigma sociale. Il disagio è inevitabilmente determinato da una causa scatenate e può mostrarsi attraverso varie modalità. Un esempio esplicativo è l’uso della violenza che rappresenta una forma di disadattamento dell’individuo al suo contesto e alle relazioni.

La forma di violenza più comune fra i giovani è il bullismo e nasconde un chiaro segnale di disagio da parte di chi lo agisce. L’adolescente che mette in atto condotte violente nei confronti di soggetti percepiti come più deboli potrebbe aver subito o assistito a violenza intra-familiare, negligenza o maltrattamenti; o ancora potrebbe nutrire una forte paura di essere emarginato e isolato dagli altri se percepito come debole, per cui dimostra la propria superiorità attraverso il bullismo.

Tipologie di disagio

Quanto descritto sino ad ora mostra chiaramente come il disagio derivi da un conflitto interpersonale e intrapersonale. L’adolescente sperimenta un senso di inadeguatezza che fa capo spesso ad analfabetismo emotivo e sfiducia nei confronti dell’altro e delle istituzioni. Queste difficoltà non consentono all’adolescente di sperimentare e costruire un’identità integra e salda. Le tipologie di disagio che possiamo individuare sono:

Evolutivo endogeno: questo tipo di disagio è connesso ai cambiamenti noti di questa fase specifica dello sviluppo. Per cui è connotato da transitorietà e non è permanente.

Socioculturale esogeno: questo disagio fa capo invece ai cambiamenti sociali e ad una difficoltà di adattamento nel proprio contesto. Potrebbe non essere transitorio.

Cronicizzante: dall’unione dei fattori di rischio individuali e familiari deriva un tipo di disagio che tende a cronicizzarsi nel tempo acquisendo una sua permanenza.

Anomia e dissociazione dalle aspettative sociali

Alcuni giovani riescono a superare il disagio attraverso risorse individuali, contestuali e familiari, i così detti fattori protettivi. Altri invece rimangono bloccati in un disagio cronico che può consolidarsi in una identità deviante. Le cause di questa devianza sono molteplici e derivanti da una reciproca influenza fra fattori sociali, familiari e individuali. Ciò che accomuna i giovani che soffrono di un disagio è sicuramente il rischio. Di per sé il rischio non conduce alla devianza ma è un elemento facilitatore quest’ultima.

Vivere in condizioni di rischio non sempre equivale a mettere in atto comportamenti devianti. Questi ultimi sono caratterizzati soprattutto da una dissociazione dalle aspettative consolidate e condivise. In questo contesto si sviluppa ciò che si definisce anomia, ossia mancanza di norme. Le regole e il contrasto fra queste genera nell’adolescente un progressivo allontanamento da qualsiasi norma condivisa, per potersi sperimentare come soggetto libero e come individuo.

 

Riferimenti bibliografici

Di Cristiana Cardinali & Michela Luzi. (2016). Devianza Minorile: Interpretare l’adolescenza nella società contemporanea.Collana Cronotopi: Roma.

 

 

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La psicologia dell’ isolamento in carcere: l’esperienza degli Stati Uniti


Il solitary confinement

La dura realtà delle pratiche punitive negli Stati Uniti é un fatto noto. Tra queste, particolare rilievo assume l’isolamento in carcere (solitary confinement). A differenza dei sistemi Europei, negli Stati Uniti l’isolamento é una misura correttiva—quindi non comminata dal giudice come pena—rimessa alla discrezionalità delle amministrazioni e del personale penitenziario con una limitata revisione giudiziaria. In genere l’isolamento é previsto come misura disciplinare (disciplinary segregation) per punire infrazioni delle regole del carcere; come misura di sicurezza (administrative segregation) per allontanare soggetti “pericolosi” dal resto della popolazione carceraria o separare le gangs; e infine come misura protettiva (protective segregation). Una forma particolare di isolamento é data dalle super-max prisons, ossia strutture penitenziarie di massima sicurezza cui vengono assegnati detenuti condannati per delitti più gravi. Le statistiche ufficiali del 2018 riportano un numero pari a 60.000 persone detenute in isolamento.

Le condizioni dell’isolamento in carcere possono essere estremamente rigide. A seconda dello stato e della struttura penitenziaria, una persona può trascorrere minimo 15 giorni, mesi, o addirittura anni senza alcun contatto significativo con il mondo esterno. Le celle dell’isolamento sono generalmente molto strette (ad es., 8 metri quadri) e spoglie, a volte illuminate con luce artificiale 24 ore su 24. A seconda delle regole delle strutture penitenziarie, i detenuti in isolamento hanno diritto a fare esercizio fisico per 3 o 4 ore a settimana in aree separate rispetto al resto della comunità carceraria. Non sempre è prevista la partecipazione in attività ricreative o riabilitative, e gli orari di visita sono generalmente ridotti.

 

Gli effetti psicologici dell’isolamento

Un vastissimo numero di studi psicologici e psichiatrici ha ampiamente documentato gli effetti psicologici e psicopatologici causati dall’isolamento socio-ambientale, soprattutto se di lunga durata. La mancanza di contatto sociale e di stimoli ambientali é stata associata con difficoltà cognitivi come problemi di attenzione e di concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, irritabilità, o paranoia. Inoltre, studi epidemiologici hanno altresì associato tali condizioni con un più elevato rischio di sviluppare malattie fisiche e mentali, nonché con un più alto rischio di mortalità.

Per quanto riguarda il solitary confinement nello specifico, studi comportamentali su soggetti detenuti in isolamento hanno prevalentemente riscontrato i seguenti gli effetti psicopatologici:

  • Distorsioni percettive, illusioni e allucinazioni nella sfera visiva, uditiva, olfattiva
  • Disturbi affettivi, soprattutto ansia e attacchi di panico;
  • Pensieri ossessivi e intrusivi, spesso suicidi, a volte accompagnati da comportamenti compulsive
  • Problemi di memoria, a volte risultanti in stati confusionali
  • Nei casi più gravi, deliri psicotici, spesso di carattere dissociativo

Questi sintomi sono esacerbati in soggetti particolarmente vulnerabili, come le persone affette da  malattie mentali.

Inoltre, molti studi hanno altresì messo in risalto la sostanziale incapacità dell’isolamento a assolvere funzioni di deterrenza speciale, quindi  la prevenzione della recidiva. Infatti, oltre a causare una serie di sintomi psicologici e psicopatologici, l’assenza del contatto sociale per periodi prolungati predispone altresì alla aggressività e alla violenza. Pertanto, e’ stato riscontrato che soggetti detenuti in isolamento presentino un più alto rischio di commettere nuovamente reati dopo essere rientrati in società.

 

Passi in Avanti?

Le condizioni deleterie dell’ isolamento in carcere negli Stati Uniti sono oggetto di continue pressioni da parte della comunità internazionale, che urge l’abolizione o quantomeno drastiche restrizioni dell’isolamento penitenziario, nonché l’implementazione di standard sociali e ambientali che rendano questa pratica meno disumanizzante e degradante. Secondo le Regole delle Nazioni Unite sullo Standard Minimo per il Trattamento dei Prigionieri (Mandela Rules), l’isolamento in carcere non può avere una durata superiore ai 15 giorni. Quando questo limite viene superato, l’isolamento diviene una forma di tortura.

Sulla scia delle forti pressioni della comunità internazionale, associazioni per i diritti civili e per la sorveglianza dei diritti dei detenuti hanno formulato linee guida e raccomandazioni per le singole giurisdizioni e amministrazioni penitenziarie al fine di apportare delle riforme significative ai regimi di isolamento. Oltre a iniziative di carattere associativo e istituzionale, accademici in molte università del Paese—con la collaborazione di attivisti per i diritti dei detenuti—hanno intrapreso progetti di ricerca interdisciplinari volti a mettere in discussione la legittimità del solitary confinement da un punto di vista giuridico, scientifico, sociale, ed etico.

Nonostante queste iniziative e i piccoli margini di miglioramento dei regimi di solitary confinement in alcuni stati negli ultimissimi anni, le condizioni dure dell’isolamento in carcere persistono ancora in un numero abbastanza alto di realtà penitenziarie ed é ancora ritenuta costituzionalmente legittima.

 

Riferimenti bibliografici

  1. American Civil Liberties Union, Solitary Confinement. https://www.aclu.org/issues/prisoners-rights/solitary-confinement
  2. Amnesty International, The Shocking Abuse of Solitary Confinement in US Prisons https://www.amnestyusa.org/the-shocking-abuse-of-solitary-confinement-in-u-s-prisons/
  3. Gordon, S (2014). Solitary Confinement, Public Safety, Recidivism, University of Michigan Journal of Law Reform
  4. Haney, C (2003). Mental Health Issues in Long-Term Solitary and “Super-Max” Confinement, Crime & Delinquency

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